giovedì, agosto 16, 2012

I Canti di Hyperion e l'umanità pellegrina (pt.1)

La Fanucci, qualche tempo fa, ha cominciato la ristampa di numerosi classici della fantascienza che, per un motivo o per un altro, erano rimasti nel dimenticatoio delle librerie. Uno di questi è il ciclo di Dan Simmons, I canti di Hyperion, una quadrilogia di ampio respiro che non merita l'oblio della dimenticanza. Fra personaggi vividi e umani, viaggi spaziali, tecnologie, paradossi, il ciclo di Hyperion è un susseguirsi di azione, scelte, disperazione.
L'opera è in realtà divisa in due blocchi da due libri l'uno. Per questo motivo ho strutturato la recensione del ciclo in due parti. In questa prima mi occuperò di Hyperion e de La Caduta di Hyperion, primi due volumi della saga.


La storia si sviluppa più di 700 anni dopo il XXI secolo, in un universo in cui gli esseri umani si sono diffusi in tutta la galassia. All'inizio i viaggi interplanetari erano effettuati tramite astronavi dotate di motori Hawking e successivamente attraverso la tecnologia dei portali che consentono viaggi istantanei tra luoghi che si trovano a qualsiasi distanza. Durante lo sviluppo della tecnologia dei portali e delle singolarità che permettono il loro funzionamento uno sfortunato esperimento ha portato alla completa distruzione del pianeta Terra e all'Egira (l'espansione forzata dell'umanità nello spazio), nell'evento che sarà ricordato come il Grande Errore.
In tale situazione si sviluppa la vicenda del pianeta Hyperion (così chiamato in onore di un poema di John Keats). Sul pianeta sono presenti strutture note come le tombe del tempo. Le tombe sono custodite da un terrificante essere semidivino chiamato Shrike, la cui origine e i cui obiettivi sono ignoti. Si ignora altresì chi possa aver costruito le tombe e a quale scopo.
Il libro narra le vicende di sette pellegrini, padre Lenar Hoyt, il colonnello Fedmahn Kassad, il poeta Martin Sileno, lo studioso Sol Weintraub, l'investigatrice Brawne Lamia, il Console dell'Egemonia e il templare Het Masteen, nel loro viaggio per raggiungere le tombe, le quali sono in procinto di aprirsi e di rivelare il proprio contenuto.


Questa la trama generale della prima metà del ciclo. Non mi spingo oltre, specialmente con la trama del secondo volume, per non rivelare cose che potrebbero rovinare la lettura.
A ogni modo, Hyperion è un plurimo tributo alla letteratura inglese. Primo, perché porta il nome del poema incompiuto di John Keats e non mancherà di citarlo e omaggiarlo in più di un'occasione. Secondo, perché i pellegrini viaggiano e raccontano le proprie storie, in una struttura che richiama i Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer.

Una struttura di questo tipo può apparire scoraggiante. Il primo libro, alla fin fine, alterna i lunghi racconti dei pellegrini a brevi progressi nel viaggio verso le tombe del tempo. Non c'è noia, tuttavia, nelle storie dei sette. Un racconto dopo l'altro permette al lettore di comprendere sempre più la situazione, fare conoscenza con tutti gli elementi fondamentali dell'universo creato da Simmons, e cominciare a distinguere il "bene" dal "male", per così dire, senza che questi siano mai delineati nettamente.

I personaggi sono caratterizzati in maniera ineccepibile. Sia grazie alle storie, sia grazie ai dialoghi: le loro voci sono personali, dipinte da tratti unici che permettono di cogliere il parlante anche se non è indicato. Anche l'universo è ben descritto. la rete di teleporter, i motori Hawking, le differenze fra i diversi pianeti, le nuove tecnologie. L'impressione è di immergersi in un mondo reale, privo di errori, dove nulla è lasciato al caso.
L'unico punto scoraggiante è all'inizio di Hyperion. Vengono subito introdotti termini tecnici e tecnologie di cui non viene spiegata la natura. Per questo motivo l'approccio iniziale può essere disorientante, ma se si superano le prime pagine, la lettura fila liscia senza intoppi.

Il secondo volume, La Caduta di Hyperion, cambia approccio. Terminati i racconti dei pellegrini, si sposta l'attenzione sulla politica che c'è dietro il pellegrinaggio - proseguendo comunque il viaggio dei protagonisti -, sulla guerra, e su teologia/filosofia. Nel leggere questo libro ho capito Hyperion si mostra in tutta la sua profondità. Non vuole raccontare una storia fine a sé stessa, vuole riempire gli ambiti del sapere, parlare, spiegare, ideare, mentre narra.
Simmons gioca con i problemi temporali e spaziali, specialmente nella seconda metà del volume.
Anche qui i personaggi mantengono una grande caratterizzazione, e vengono rivalutati anche due personaggi che nel primo libro mi erano sembrati sottotono: Brawne Lamia e Fedmahn Kassad.

Questi due romanzi rappresentano l'overture (e, in un certo senso, la conclusione) di una grande opera sull'uomo, sull'universo e ciò che attraversa questi due estremi. Consigliatissimo.

Maurizio
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2 commenti:

  1. Sul primo libro direi che siamo totalmente d'accordo!
    Prima o poi leggerò la Caduta, comunque sono contento di trovare qualcuno a cui è piaciuto anche il secondo volume (spesso mi dicono che il secondo è molto al di sotto del primo).

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  2. Il primo colpisce molto per la struttura alla Canterbury Tales, e l'approccio con un secondo libro che non segue questo schema distrae un po'. Però dopo poco ci si re-inserisce nella storia ed è tutto liscio :)

    Io invece avevo ricevuto commenti poco lusinghieri per gli ultimi due volumi, quelli dedicati a Endymion, come un'inutile continuazione. Invece li ho letti e... beh, la recensione è dopo questo articolo :) Davvero un ciclo strabiliante ^^ Ti consiglio di riprenderne quanto prima la lettura :)

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