giovedì, aprile 10, 2014

Sulle descrizioni

Se c'è una cosa che mi annoia durante la lettura, questa è una lunga descrizione.
Mi rendo conto che è un fattore puramente soggettivo. Mi rendo conto anche che molti dei classici ritenuti più belli di sempre hanno corpose descrizioni.

Vorrei però partire da un presupposto di fondo: non leggiamo un classico come leggeremmo l'ultimo romanzo uscito. Accettiamolo. La nostra predisposizione, il sapere che il libro a cui stiamo approcciando è un classico, ci porta a ignorare quei difetti che troveremmo nei testi moderni. Il motivo non lo conosco. Potrei pensare a un'istintiva aura di magnificenza che poniamo sui classici, o forse a un condizionamento che ci spinge a chiudere un occhio.
Sia chiaro: un libro brutto - anche un classico brutto, dal punto di vista soggettivo - resta brutto anche se sappiamo che è un classico.
Dunque quest'aura a cui accennavamo si limita a cancellare qualche sbavatura, a far passare per buone le tecniche narrative, chiamiamole con il loro nome, oggi non più in voga.
Come le descrizioni.


La modernità ha reso l'occhio il nostro organo sensoriale più importante. La televisione ci permette di vivere storie, ha preso il posto - per gran parte della popolazione mondiale - che aveva occupato il libro nei secoli precedenti. A questo intensificarsi della percezione visiva istantanea, una delle risposte - a mio avviso errata - è stato intensificare di pari passo la componente visiva in letteratura. Questo ha portato all'idea che le descrizioni dovessero essere minuziose, ancor più del passato, per rispondere all'esigenza moderna del colpo d'occhio.

Quello che abbiamo tramite il libro non è però il colpo d'occhio, ma una lunga composizione di un puzzle visivo che con lentezza si viene a formare nella mente del lettore. Una lentezza che non è concepibile per l'occhio abituato a prendere la scena in un solo istante, dipinta su uno schermo led di svariati pollici. Questo perché se il tentativo degli scrittori moderni è la battaglia alla televisione per la vividezza visiva, è chiaramente una sconfitta già annunciata.

La risposta alla modernità doveva essere un'altra. Doveva essere l'esatto opposto di quella che è stata, e che oltreoceano è stata anche applicata. Lasciare all'immaginazione. La sola cosa più veloce dell'occhio è la mente. La bravura dello scrittore non deve riversarsi nel descrivere minuziosamente, ma nel mettere il lettore nella possibilità di immaginare un ambiente esattamente come lui lo intendeva. E questo significa spostarsi dagli oggetti, dai colori, dai vestiti all'atmosfera; un'atmosfera creata non tramite la narrazione - non parlo di luci soffuse o cinguettio di uccelli - ma tramite la scelta del linguaggio, del registro, dei sinonimi più appropriati. A questa atmosfera di base si può aggiungere poi il vero colpo d'occhio, la visione epifanica di un singolo oggetto, di un singolo colore.

Oggi la lezione più importante dei simbolisti è andata perduta. Nel ritorno alle descrizioni si crea un appianamento generale dei signfiicati a favore dei significanti. Parole riversate a formare un'immagine che hanno come unico scopo la formazione dell'immagine stessa. Perché - certo - è possibile soffermarsi più su un particolare per dargli risalto, ma questo comporterebbe un'ulteriore lentezza narrativa e stilistica.

Si dovrebbe invece caricare di significato un oggetto, un colore, un accadimento, tramite l'isolamento sensoriale, senza eccedere nell'opposto e caricare di troppo potere una singola parola, un singolo oggetto. Anche l'eccessiva evidenza, come l'appiattimento, può essere problematica.

E dunque, pur parlando in maniera del tutto soggettiva, ritengo che si debba cambiare l'ottica. Non è qui questione di descrivere più o meno. È questione di cambiare il modo di descrivere, utilizzare strumenti diversi che diano l'effetto desiderato senza bloccare la rapidità del ritmo. Rapidità, si badi bene, che non coincide formalmente con la velocità della narrazione. Un testo può essere stilisticamente leggero e scorrevole pur raccontando una noiosa giornata lavorativa.

Naturalmente il discorso cambia se ci troviamo nella letteratura fantastica. Al momento di presentare una creatura mai vista, è naturale che si debba descrivere la sua anatomia. Ma anche qui, ritengo, è necessario limitarsi a tratteggiarlo, a dargli una fisionomia accennata ma convincente, senza perdersi in minuziose descrizioni dei particolari. In ogni genere e forma letteraria è necessario fare le dovute modifiche. Il discorso di base, tuttavia, attuato in via generale sulla letteratura realistica, riguarda sempre il cambiamento dei punti di vista, delle tecniche. Uno spostamento su diversi orizzonti che possano mostrare al lettore come la modernità non sia solo all'esterno, ma anche nella cara vecchia letteratura.

Maurizio Vicedomini

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