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giovedì, dicembre 15, 2016

Milleuno (EXT) - Ho sognato di trovarti su una spiaggia, a oriente da questa casa…

Milleuno (EXT) - Ho sognato di trovarti su una spiaggia, a oriente da questa casa…

Milleuno è una rubrica di racconti a programmazione variabile. L'unica caratteristica comune è l'esatto numero di parole che compongono ogni racconto. Milleuno, appunto.  Oggi ospitiamo un extra, un racconto scritto da Antonio Esposito. Buona lettura.
Milleuno
Extra
Ho sognato di trovarti su una spiaggia, a oriente da questa casa...
di Antonio Esposito



Questa spiaggia è già da qualche parte nella realtà. Lontana dalle case abitate. E ancor più lontana d’inverno, quando la sabbia stende un velo di sottili grani grigioscuri sulle carcasse dell’estate. È una spiaggia che ho già visto da qualche parte, identica a come adesso mi riempie lo sguardo. Valentina è qui nel mio sogno, proprio come la ricordo, con il naso e le sopracciglia sottili. Indossa una canottiera azzurra e se ne frega del freddo. Calpesta le mie orme sul bagnasciuga ma non vedendole le crede sue. Il mare le cancella prima d’ogni riflessione, le cancella prima che vengano perfettamente riconosciute, le cancella confondendo i nostri sentimenti. Getto gli occhi tutt’intorno chiedendomi se esisto, se sono presente in questo luogo. Possibile che io non esista? Che alcuna parte di me si conservi nella sua memoria? E che non mi veda? Mi passa accanto Valentina, simile a tutte le volte in cui l’ho incontrata. Uguale alla prima e all’ultima volta, con tutte le altre messe insieme. Ha quattordici e trent’anni nel mio sogno. Bella e immobile come in una fotografia di tanti anni fa, quando ancora non sapevo nulla di lei e per scherzo ci ritraemmo felici. Mentre invecchiano i contorni, sfocati e impercettibili alla mia vista, lei resta bella e immobile come in una fotografia di poco tempo fa, quando un sentimento ormai poco solido ci strappava un malinconico sorriso. Ora non mi riconosce: non sa nulla della nostra amicizia poi scomparsa, dell’amore qui riflesso. Possibile che esista un’altra Valentina, a me sconosciuta, non mia, e che sia arrivata fin qui, nel mio sogno? Le chiedo, con tono di supplica, Per quanto ancora devo aspettarti? Mi osserva perplessa. Dice soltanto il mio nome. Davide. Scopro che mi piace nell’inflessione che sa dargli col suo tono di voce. Allunga la A e restringe la I, come un’impacciata carezza notturna, prima calda e poi ritratta nel buio. Vorrei ci fosse qualcun altro ad ascoltare per capire se è vera. Come sei arrivato da me? Mi chiede. Non so rispondere altro che Stavo sognando di passeggiare sulla nostra spiaggia e mi sei venuta in mente, passeggiamo insieme? Le faccio strada disegnando nuove orme, che lei dice ancora sue. E che il mare si impegna a cancellare. Che stupida che sono! Non sei Davide, mi dice. Di Davide sono innamorata, aggiunge, e mi sembra lo faccia con ferocia. Forse non è la mia Valentina, penso. Non quella che conosco io. Probabilmente lei è la Valentina d’un altro Davide. Io sono Davide, chi è il tuo Davide?, chiedo. Il mio Davide svela nel suo nome il nostro legame. I suoi genitori lo chiamarono Davide che deriva dall’ebraico Dawidh, e significa “amato, diletto”, perché io l’incontrassi e l’amassi. E poi è più bello di te. Si allontana così, ancor prima che le sue parole smettano di suonarmi nelle orecchie, ridendo della mia persona, lasciandomi ferito a veder sparire i passi segnati insieme. Ora miei, ora suoi, e senza più alcuna importanza. Si allontana così, lasciandomi ferito, a chiedermi se mi stia amando almeno altrove.

Questo paesaggio continua a somigliare a un paesaggio che ho già visto nella realtà. Quest’orizzonte mi è noto. Le piante dei miei piedi non hanno radici e smettono di segnare orme. La sabbia diventa legno, poi pietra, poi asfalto. E scotta sotto i piedi asciutti. Nel sogno l’asfalto bollente mi porta in una casa a occidente che somiglia alla mia e che non è la mia. Lo capisco perché dentro c’è già Davide. E dorme nel letto di Valentina. Da una finestra la osservo mentre legge ad alta voce una poesia di cui ricordo il testo a memoria ma non ho mai saputo di chi fosse. Il mio sguardo credo le arrivi come il vento dal mare. Lei legge e ogni verso mi suona familiare. Conto le sillabe con le mie labbra. L’accompagno nelle rime. Mi si riempiono gli occhi di lacrime nello scoprire che finalmente sono io a dormirle accanto, cioè che Davide dorme con lei. Anche se nel sonno è irrequieto e si agita fino a svegliarsi. Che cosa sognavi Davide? Sei triste? Chiede Valentina. Ha messo da parte la poesia per ascoltarmi, per prendersi cura di Davide. Ho sognato di trovarti su una spiaggia, a oriente da questa casa, e di passeggiare con te segnando sulla sabbia gli stessi tuoi passi ma tu non mi riconoscevi e mi abbandonavi deridendomi. Allora ti seguivo e ti trovavo a letto con un altro Davide, racconta d’un fiato. Come se avesse preparato quelle parole e recitasse un copione. Valentina l’osserva amorevole, Alzati e abbracciami, gli dice, stringimi le spalle. Gli accarezza la testa tenendo larghe le dita, per affondarle nei capelli. Devi rasserenarti, il tuo era soltanto un sogno, come potrei mai dimenticarti: tu sei Davide, il mio amato. Dovrei sentirmi sollevato per quello che mi dice mentre mi sostiene il capo e mi tiene in grembo ma dall’esterno, al di là della finestra, a queste parole non resisto. Sono facile preda della gelosia. Nonostante i piedi cotti dall’asfalto mi aggrappo alla finestra e dico: Sono venuto alla ricerca di un Davide: sei tu? Davide mi risponde, e solo adesso sembra riprendersi da quello che credeva un incubo, Sei tu, Davide? Allora non era un sogno il mio… La rabbia si dissolve nel suo volto disteso riflesso nel mio. Ci abbracciamo certi di aver risolto il nostro problema. Valentina è lì mia, di Davide. Innamorata di me, di Davide. Non ride di me. Non è amorevole con Davide. Da fuori la mia voce ci chiama: Davide! Noi due ancora avvolti nel nostro abbraccio, e non più risoluti, trasaliamo. Meglio che io vada, mi dice Davide. Torna presto Davide, dice quello alla finestra. Mi sveglio in un bagno di sudore, agitato e confuso. Valentina è accanto a me, sorride mostrando gli incisivi larghi. Mi guarda e chiede, Che cosa sognavi Davide? Sei triste? Le bacio la punta delle dita e dico, Ho sognato di trovarti su una spiaggia, a oriente da questa casa…


 Foto © Paul Schneggenburger

lunedì, novembre 28, 2016

Milleuno (III) - Racconto minimo in capoversi

Milleuno (III) - Racconto minimo in capoversi

Milleuno è una rubrica di racconti a programmazione variabile. L'unica caratteristica comune è l'esatto numero di parole che compongono ogni racconto. Milleuno, appunto. Buona lettura.
Milleuno
III
Racconto minimo in capoversi
di Maurizio Vicedomini



Squilla il telefono. Viola è dall’altra parte della stanza, riversa su un divano pieno di graffi. Il trillo di quell’apparecchio d’epoca le arriva con troppa forza perché possa ignorarlo. Si mette a sedere, e il divano ringhia un lamento che ha il suono di uno strappo, come se la pelle accaldata di Viola e quella lavorata del sofà fossero state una cosa sola, appena pochi attimi prima, e lo squillo del telefono avesse generato uno squarcio che è come il trauma di una nascita.
Il trillo continua con urgenza. Un’urgenza che Viola non sembra percepire, e che ha come unico risultato l’incresparsi delle rughe sulla sua fronte, l’avvicinarsi delle sopracciglia l’una all’altra, il socchiudersi prolungato delle palpebre. Infine si alza. Le ciabatte rimbalzano fra pavimento e tallone di passo in passo, restituendo un secco suono di frusta che descrive la distanza che la separano dal tavolinetto e dall’oggetto squillante che c’è sopra.

Viola alza il ricevitore. Lo accosta all’orecchio, ma non dice pronto. Un vortice di suoni sfrigolanti e bitonali la ferma prima che possa adempiere alle normali pratiche sociali che il mezzo richiede. Resta ancora per qualche attimo ad ascoltare le interferenze, poiché potrebbero essere quelle il messaggio urgente che lo squillo preannunciava con tale insistenza, ma Viola riconosce il disturbo della linea, come le capitava anni prima con i vecchi modem 56k. Non ha idea se l’uomo o la donna che ha composto il numero dall’altra parte del filo possa sentirla, nonostante tutto.

Dice pronto. Attende qualche secondo. Sovrappone una caviglia all’altra, la pantofola sollevata da terra le scivola via dal piede e finisce sul pavimento. Viola la recupera. Dice non sento niente, è tutto disturbato. Ha fatto il necessario per evitare un riagganciare scortese della cornetta, così mette giù. Recupera la ciabatta con il piede nudo e resta per qualche secondo ancora davanti al tavolinetto, con il telefono che la fissa muto. Indietreggia, sulla retta che ha attraversato pochi secondi prima, la distanza fra tavolino e divano che rappresenta la stanza nel suo complesso. Riesce solo a guardare il sofà graffiato, prima che il telefono riprenda a squillare. Viola solleva la cornetta, tornando al contempo con il pensiero all’evidenza innegabile che in casa sua mai sono entrati animali, né certamente ne ha fatti salire sul divano. Il ricevitore si accosta di nuovo all’orecchio, e Viola contrappone al silenzio cosmico della rete telefonica il suo secondo pronto della giornata. Dall’altra parte, con una voce roca quanto basta a renderla di difficile comprensione, qualcuno dice: Ciao, sono la mamma. Viola resta immobile, in silenzio.

Piange. Non è la prima reazione somatica che il suo corpo esprime, ma è la più evidente. Non sente sua madre da sette anni, da quando Viola aveva deciso di lasciare gli studi e trasferirsi a quattrocento chilometri con il fidanzato dell’epoca. Il divano era suo, di quel ragazzo. Qualche volta le aveva raccontato di un gatto e del suo vizio di farsi le unghie sul sofà di pelle. Poi era scappato da una finestra aperta, pare. Ma era molto tempo prima che Viola arrivasse nella sua vita e ci restasse per tredici lunghi mesi. Quel divano è tutto ciò che ha di lui.

Non sa che rispondere. Non sa che dire alla madre che le ha voltato le spalle per quell’unica volta che ha preso le redini della sua vita in pugno. Dice che vuoi?, e la voce infranta dal pianto le esce più dura di quanto avrebbe voluto, ma forse tanto quanto sperava che fosse. Viola appoggia una mano al tavolinetto. Nemmeno quello è suo. L’aveva ricevuto in prestito da un’amica, diversi anni prima, quando era rimasta sola in una casa mezza arredata, con il sincero proposito di restituirlo. Ma quel giorno non sembra essere ancora arrivato. Di fianco al telefono c’è una cartellina dell’azienda, con tutte le note che il suo capo le ha scritto. La voce del telefono dice è passato tanto tempo, sai, dice, così tanto che non riesco a rendermene conto. Viola annuisce fra sé, stringe il labbro inferiore fra i denti. Vorrebbe gridare. Vorrebbe urlare che tanto tempo prima era rimasta sola, e nessuno c’era stato per lei. Dice è tardi adesso. Lo dice bruscamente, lo sputa nella cornetta. Torna a tormentare il labbro. Dice che vuoi davvero?. La voce risponde con un tono differente, più cupo, più duro. Dice Tuo padre. Stanotte…

Suo padre è morto. Viola non sente il fiume di parole, non sente le circostanze che la voce di sua madre le sta dispiegando attraverso il vecchio telefono della nonna. Nemmeno con lui ha mantenuto rapporti, ma non prova l’odio che le ribolle dentro per quella voce roca. Per lui, per suo padre, Viola sente il peso dell’irreparabile. Qualunque circostanza futura, qualunque svolta prenderà la sua vita negli anni a venire, quel particolare capitolo è già chiuso sin da ora. Viola l’ha lasciato chiudersi da sé nell’impassibile silenzio della distanza. Ha pensato alla sua vita, e suo padre ha pensato alla propria. Entrambi con lo sguardo altrove fino all’ultimo. Fino all’improvviso scarto della sorte che spezza ogni piano, che spezza ogni rimandare al domani. Viola si volta, il filo del ricevitore si tende e il telefono fa un pericoloso balzo in avanti. Il divano, il tavolino, la cartellina. Lo stesso telefono. Nulla in quell’appartamento è davvero suo. È senza fiato per il dolore, ma non lo vuole, quel dolore. Anche quello non è suo. Appartiene a una vita passata, a una Viola diversa che ormai non esiste più. Sua madre, la voce del telefono, non cerca compassione, non vuole che lei partecipi al lutto. La voce del telefono la sta soltanto avvisando. Viola non vuole quella fitta al petto, non vuole che le manchi il respiro, che gli occhi si strizzino fra le lacrime. Non è per lei, quel dolore. La voce al telefono dice Viola, sei ancora lì? Chiede hai capito quello che ti ho detto?, e Viola vorrebbe anche rispondere, ma resta con il telefono a mezz’aria.

Ogni parola le si strozza in gola.


lunedì, ottobre 24, 2016

Milleuno (II) - Oltre il vetro

Milleuno (II) - Oltre il vetro

Milleuno è una rubrica di racconti a programmazione variabile. L'unica caratteristica comune è l'esatto numero di parole che compongono ogni racconto. Milleuno, appunto. Buona lettura.
Milleuno
II
Oltre il vetro
di Maurizio Vicedomini




Le labbra sfregiate dal freddo di novembre avvolsero il filtro, e Marie fece un lungo tiro. Dalla parte sbagliata per poterlo vedere, Marie Bacquart poté solo immaginare il disco di tabacco all’estremità della sigaretta avvampare e consumarsi in cenere smorta. Era una cosa che sapeva fare bene, quella. Immaginare. Le avevano insegnato a farlo sin da piccola, di reclusione in reclusione, ogni volta che un’insegnante privata entrava in casa per farle lezione, ogni volta che si ritrovava sola circondata da giocattoli. Aveva imparato a immaginare come potesse essere vivere come tutti gli altri, giocare nell’erba, andare a scuola, odiare la scuola, odiare le persone ottuse dopo averle preventivamente conosciute ed essersi sbagliata di grosso sul loro conto.
Abbandonò la sigaretta nel seno di un posacenere, poggiato proprio davanti a lei, appena sulla destra, alla distanza esatta affinché non dovesse spostarsi per raggiungerlo, né dovesse torcere il braccio per posarvi la sigaretta. Spostò entrambe le mani appena più a sinistra e afferrò il set di diminutivi in porcellana: piattino, tazzina, cucchiaino. Un tè molto inglese ardeva poco sotto il proprio punto di ebollizione. Marie vi aveva già versato lo zucchero, prima di dedicarsi a quel solitario tiro di sigaretta. Ruotò metodicamente il cucchiaino, lo appoggiò sul disco di porcellana smaltata e bevve un sorso. Restò con la tazzina fra le mani, nel tentativo infelice di riscaldare quelle terminazioni infreddolite.
La finestra – una di quelle rettangolari, più larga che alta, con accenni di tende ai due lati – era naturalmente l’unico sguardo sull’esterno che Marie potesse permettersi. Sull’esterno vero, per lo meno. In quanto a riproduzioni, aveva avuto modo di guardare centinaia di foto, qualche documentario e un numero di film così elevato che la preparazione matematica di Marie non le avrebbe permesso di capirne l’entità. Stando agli altri sensi, la sua reclusione non era poi così limitante. Gustava cibi di ogni sorta che arrivavano dal mondo oltre la finestra, riceveva fiori profumati ed essenze dai migliori negozi di Parigi, e di oggetti ne aveva toccati un bel po’. Quanto all’udito, Marie aveva cominciato ad apprezzare il jazz. Era riuscita a ottenere alcuni dischi di Miles Davis, che ora facevano bella figura sulla mensola appena sopra il camino. Non c’era poi molto da dire. Marie era una donna sola di cui qualcuno si prendeva cura.
Fece un altro sorso di tè e si decise finalmente a posare la tazzina. La sigaretta continuava a consumarsi, e Marie sapeva bene che dipendeva solo da lei, dalla sigaretta, la propria durata. Senza dubbio Marie non avrebbe fatto un secondo tiro. Non le piaceva fumare, non davvero. Come non le piaceva davvero il jazz. Ma sentiva in qualche modo che fare queste cose – ascoltare jazz, bere tè e fumare una sigaretta, tanto per cominciare – l’avvicinavano un po’ di più a quel mondo oltre il mondo che stava là fuori e a cui tutti – tutti all’infuori di lei – potevano contribuire attivamente. L’aveva capito dai film. D’altronde l’idea che Marie aveva del mondo rispecchiava perfettamente una fusione eterogenea di film romantici e di qualche spy story. Ed ecco che aveva avuto il sentore che di realtà ce ne fossero due, in una si metteva un buon disco jazz di sottofondo mentre fuori c’era il freddo di novembre e dentro il camino faceva quel che poteva con qualche ceppo di legno, dove si fumava per un piacere che solo quel breve minuto poteva concedere, e il tè era un liquido calore per scaldare i recessi più profondi dell’anima. Nell’altra, jazz, sigarette e tè erano solo strumenti di un’apparenza, gli elementi di un codice di comunicazione fra esseri umani incapaci di comprendersi in altri modi che tramite un’ostentazione che li inserisse in categorie di comodo.
Marie si alzò. Afferrò i lembi della coperta e vi si avvolse. Passò stretta fra poltrona e tavolino, superò un vecchio libro in copertina di pelle, l’attizzatoio, il camino, una sedia in legno antico, la prima delle tende, e si fermò a poche spanne dal vetro. Un vetro che era l’essenza stessa del gelo e si opponeva alla propria trasparenza ogni volta che Marie espirava. Fuori stava piovendo.
Quel lontano pensiero – Marie non ricordava quando era giunta a una tale conclusione – le permetteva di accettare la sua condizione di reclusa. Il pensiero giustificativo – se ne rendeva conto – che non c’era una grossa differenza fra lei e gli altri là fuori, poiché a loro modo, prendendo in oggetto soltanto la seconda delle due realtà, erano tutti ugualmente soli.
Il tempo non sembrava voler essere clemente, nemmeno con Marie. Non accennava a smettere di piovere. Marie si girò a guardare l’orologio a muro. Solo qualche minuto. L’aspettava da tanto. Si strinse nella coperta – sapeva bene che non poteva prendere freddo – e fissò ancora una volta lo sguardo attraverso il vetro. In strada c’erano persone che aspettavano, proprio come lei, che nonostante la pioggia speravano ancora che quanto programmato avvenisse. Erano molti i bambini, nascosti dai cappotti giganti e gonfi fra le madri e i padri, sotto ombrelli variopinti che separavano ogni gruppo, ogni coppia o trio. Ognuno aspettava a sé, difendendosi dalla pioggia in maniera autonoma. Anche Marie si difendeva dalla pioggia a modo suo, nell’unico che conosceva, nell’unico che le era possibile. Marie era in casa, con il camino a far fronte al freddo di novembre, la coperta sulle spalle e due sorsi di un tè inglese ben zuccherato che galleggiavano nel suo stomaco.
Stava succedendo qualcosa. Tutti si erano girati verso sinistra, qualche bambino saltava sul posto, batteva le mani. Anche Marie le batté, dietro il vetro. Stava succedendo davvero, riusciva a sentire la musica lontana, quella musica familiare filtrata dalla finestra, dal vento e dalla pioggia. Marie tremava, sotto la coperta. Forse per il freddo. Sentì anche il formicolio di un pericoloso starnuto vibrare alla base del naso. Ma lei continuava a battere le mani. Lei dentro, e gli altri fuori. Poi finalmente la vide: la sfilata di Topolino. Marie Bacquart sorrise, e restò lì tremante a guardarla. Non c’era freddo di novembre che potesse tenere.




mercoledì, ottobre 12, 2016

Milleuno (I) - Nel tempo dell'attesa

Milleuno (I) - Nel tempo dell'attesa

Milleuno è una rubrica di racconti a programmazione variabile. L'unica caratteristica comune è l'esatto numero di parole che compongono ogni racconto. Milleuno, appunto. Buona lettura.
Milleuno
I
Nel tempo dell'attesa
di Maurizio Vicedomini




La ventola del computer si avvia ogni trentasette secondi. Resta in funzione per otto, e ha un periodo di due secondi di decelerazione. Poi il ciclo riparte, preciso come Una poltrona per due nelle vacanze di Natale. Mentre segue il rigido incedere della lancetta dei secondi sul suo Rolex, Davide non si stupisce di quella strana associazione mentale. Lui e il suo competitor stanno aspettando il verdetto che sei uomini e due donne stanno redigendo nella sala con pareti e moquette verdi. Stando ai suoi dati, e sarebbe particolarmente lunga da spiegare perché Davide ha dei dati in merito, dal 1997 Una poltrona per due è andato in onda per undici anni la sera della vigilia. I restanti sette era stato trasmesso il ventitré, il venticinque o il ventisei dicembre. Entro una ventina di cicli di ventole, il portavoce della multinazionale sarebbe uscito dalla porta di frassino sbiancato e li avrebbe invitati nella sala con pareti e moquette verdi. Li avrebbe fatti accomodare al lungo tavolo da conferenze e avrebbe accettato uno dei due contratti. Davide sa di aver impressionato tre dirigenti su otto. Dei restanti, tre uomini gli sono parsi poco interessati all’intera faccenda, mentre le due donne rappresentano un punto interrogativo.
Il motorino della ventola si ferma. Davide conta i due secondi prima che il suono strozzato svanisca. Non è che le donne rappresentino un problema per Davide. È solo che non le capisce. Anche sua sorella, per dire, non la capisce. Ormai ci ha rinunciato. Ha capito che ragionano secondo una logica del tutto anticonvenzionale, il che non significa giusta o sbagliata. Solo diversa e assolutamente inconciliabile con quella di Davide.
Davide batte gli occhi, cerca di perdere contatto visivo con la lancetta dei secondi del suo Rolex che scandisce quei cicli di attivazione e quiete della ventola, ma non ci riesce. Appena le palpebre si rialzano, la mente ricalcola il tempo intercorso in quel piccolo, necessario, movimento. Il navigatore che ha nella testa ricalcola, e il conteggio riprende senza errori.
«Ci stanno mettendo molto, eh?»
Davide stacca lo sguardo dal quadrante e drizza la schiena. Il competitor è lì con lui da più di mezz’ora, ed è la prima volta che apre bocca. Davide aveva immaginato una sorta di lotta psicologica del silenzio, un po’ come due bambini che si tengono il broncio pur avendone dimenticato il motivo. Invece il competitor ha parlato. La mente di Davide tenta di seguire il rassicurante ticchettio dell’orologio con l’udito, demandando una parte di sé all’implicito conteggio dei secondi e dei cicli di ventola, mentre una parte più attiva e forse più consapevole comanda al capo di Davide di annuire e alla bocca di pronunciare un mesto: «Già».
Il competitor guarda il vicino computer. È un vecchio modello, stando alle stime di Davide, probabilmente un arcaico Pentium II prodotto fra il 1997 e il 1999. Il desktop è così pieno di icone vintage da coprire quasi del tutto la bandiera di windows che fa da sfondo.
«Certo che è strano» fa il competitor.
L’orecchio segue, la mente conteggia. «Cosa?»
«Un computer così vecchio in un’azienda del genere?» il competitor è scettico.
«Magari è lì per bellezza» risponde Davide. Sono passati altri due cicli. Ventisei, ventisette, ventotto. «Un cimelio».
«Allora perché è acceso?»
Trentatré, trentaquattro. Davide non ha una risposta, né ha abbastanza cervello libero per pensarci attivamente. In qualche angolo, fra il conteggio incessante dei ticchettii e le norme di educazione e di regolamentazione sociale, si alza una nota di fastidio per non aver rilevato un’incongruenza tanto evidente. Trentasei, trentasette. La ventola si attiva.
«Dev’essere un vecchio Pentium II» dice Davide, cercando di riacquistare terreno, «forse prodotto fra il ’97 e il ’99».
Passano gli otto più due secondi. Il competitor alza le spalle. «È irrilevante» fa. «Non ci dice perché è acceso».
Davide registra al contempo la scortesia e la correttezza del commento del competitor. Non è in grado di dare una spiegazione a quel mistero. Una terza parte frammentata della sua mente ragiona su come – di fatto – all’interno della sala dalle pareti e moquette verdi non stiano parlando d’altro se non di quello. Di quale dei due diversi approcci logici corrisponda a ciò che stanno cercando in quel preciso momento nel tempo.
I cicli di ventola che aveva preventivato per quella decisione stanno per terminare. Non sa precisamente cosa questo possa significare. Un ritardo potrebbe andare sia a suo vantaggio che del competitor che si accorge dei computer antiquati. Secondo la logica comune un ritardo significa la sostanziale equivalenza fra le due proposte, su tutti i livelli che Davide riesce a elencare – e sono molti. Ma senz’altro sul piano economico e sull’affidabilità. Davide è stanco. Il conteggio incessante di ticchettii e cicli di ventola l’ha sfiancato. Il competitor, invece, sembra rilassato. Davide fraziona ulteriormente la sua mente.
«Cosa guardi?» chiede.
Il competitor si riscuote, si volta a guardarlo con occhi vacui che pian piano riacquistano coscienza di sé. «Niente» dice. «Guardavo…»
Davide assiste ai tredici secondi che il competitor impiega a ritornare nella piena consapevolezza della situazione e del proprio corpo.
«Hai mai fatto caso al tempo che perdiamo guardando un monitor?» chiede il competitor, scaduti i tredici secondi. «Cominci a fissarlo, ma non guardi niente. Non stai nemmeno pensando. Sei lì bloccato. Scattano i secondi, i minuti addirittura, ma non te ne accorgi. È tutto l’insieme, ti cattura».
Davide non risponde. Si sporge oltre la spalla del competitor e fissa quell’insieme eterogeneo di icone vintage, di fogli di calcolo, di documenti word, di blocco note, di cartelle, solitario, prato fiorito, space pinball. Non c’è un insieme da guardare. Il desktop è un contenitore, una mera struttura formale per indicare l’insieme di icone a disposizione dell’utente. Un ulteriore frazionamento della sua mente comincia a contarle, a catalogarle. Una dopo l’altra, è un compito lungo, un finito che tende all’inverosimile. La sua mente non ce la fa e perde un ticchettio. Uno solo. Crolla il castello di carte. La serratura scatta. Un cigolio. La porta di frassino sbiancato si apre.



venerdì, agosto 05, 2016

Eric Faye e l'essenza della solitudine

Eric Faye e l'essenza della solitudine

Articolo pubblicato originariamente su Grado Zero il 03/07/2016

Così, ora, l’idea di rientrare mi rallegra e mi terrorizza. Non so più chi ero a terra, ignoro chi ridiventerò. Nei giorni felici, capisco che niente sarà mai come prima, bisognerà ritoccare l’insieme, non perdere gli insegnamenti del faro, ma temo, tuttavia, che ritorni il caos… unica forma d’organizzazione sociale in cui io sia riuscito a evolvere nel benessere, se i miei ricordi, quei vecchi spilorci, non mi tradiscono.– Sono il guardiano del faro, in id. [Éric Faye, Racconti, 2016, p.133]

Sono il guardiano del faro (Je suis le gardien du phare, 1997), Prix des Deux Magots nel 1998, è una raccolta poliedrica di nove racconti, che suddividono il loro peso in maniera assai particolare. Circa metà del libro è riservata a otto brevi testi, per lasciare l’altra intera al racconto eponimo.

Si tratta di storie di viaggiatori, persone sole che si trovano davanti a una domanda implicita, se nell’epoca in cui viviamo esista ancora la possibilità di scoprire il mondo.


I racconti di Faye sono completamente racchiusi in loro stessi. Cominciano in media res e spesso non portano a compimento la stranezza, il surreale, l’aspetto fantasmagorico della narrazione, ma ne lasciano un immaginario proseguimento oltre le pagine del racconto. Ciò che viene messo in luce dai riflettori dell’autore è l’uomo, il modo in cui risponde e reagisce a quella situazione, e come affronta l’essenziale solitudine della condizione umana.

Un esempio è il primo racconto, Mentre viaggia il treno. La vita, i singoli sentieri dell’esistenza, sono treni che viaggiano all’infinito verso una meta una volta sussurrata, ormai dimenticata. È lo sguardo di un uomo attraverso il finestrino, che scorge dall’altra parte, sull’altro treno, una ragazza e sa che quelle due linee parallele non potranno incontrarsi mai, se non forse all’infinito, se non forse in quella stazione finale verso la quale stanno viaggiando da prima ancora che fossero al mondo. Un racconto del genere – parliamo di quattro pagine e mezzo – non può certo portare avanti la conclusione della vicenda. Non può, insomma, far completare quel viaggio infinito che ci è stato solo presentato in metà del testo. È ovvio, allora, che il treno continuerà dopo quelle poche pagine, come stava viaggiando prima del momento narrativo in cui abbiamo approcciato alla lettura. Possiamo cogliere solo pochi frammenti di un tempo dilatato, qualche dettaglio fondamentale, il dramma di un sogno impossibile e nient’altro, prima che il treno prosegua la sua corsa.

La struttura che ho illustrato per il primo dei racconti vale probabilmente per tutti i testi. In Faye è fondamentale l’esistenza di un ciclo, di un eterno ritorno, di un proseguire all’infinito, cosa che porta l’evento narrato a essere uno degli anelli – uno come tanti – della catena, o un anello eccezionale proprio in virtù dei precedenti e dei successivi. Lo vediamo nella struttura gerarchica per la scalata in Frontiere. Lo vediamo nel ciclo che si chiude alla fine di Notizie dalle porte dell’inferno. Anche nel racconto dove meno appare, ecco che I mercanti di nostalgia comincia in questo modo:

I mercanti di nostalgia sono arrivati molto presto, quando ancora dormivo. S’installano in piazza ogni seconda domenica del mese, sotto gli alberi e per le viuzze del quartiere vecchio. Non avevo mai incontrato i mercanti di nostalgia. Li ho appena visti, in questa mattina d’inverno, di ritorno dalla città.– I mercanti di nostalgia, in Sono il guardiano del faro [Éric Faye, Racconti, 2016, p.65]

I mercanti tornano ogni mese, un dato restituito dall’autore come certo, come per i mercanti di Macondo in Cent’anni di solitudine. Ma se in Marquez abbiamo il tempo di vedere che le cose cambiano, che poi i mercanti non faranno più visita al paese dimenticato dalla civiltà, in Faye abbiamo appena poche pagine, e la catena non è spezzata. Il ciclo proviene da un passato chissà quanto lontano e proseguirà chissà fino a quando. L’elemento di evidenza di questo singolo pezzo del puzzle è l’io narrante. Non ha mai visto i mercanti di nostalgia. Ecco che li vede per la prima volta.


Degno di trattazione a sé è l’ultimo racconto, quello che dà il titolo al libro. Di solito si tende a indicare forti riferimenti kafkiani per la raccolta intera e per questo racconto lungo in particolare, complice l’attenzione che Faye ha dedicato al padre di Gregor Samsa in una monografia (K., autremont, 1996). Personalmente devo ammettere che se di Kafka è possibile recuperare l’irrazionale che confluisce nella realtà più chiara ed evidente, in questo racconto ho notato un fortissimo richiamo stilistico e concettuale a Dostoevskij, in particolare al Fedor di Memorie del sottosuolo. Il monologo irrazionale e al contempo profondamente lucido del protagonista (nella prima parte del libro) sembra il punto di partenza per un nuovo sottosuolo, tutto moderno, che ha sostituito la torre d’avorio al palazzo di cristallo dostoevskijano.


Naturalmente, altra fonte letteraria – questa volta dichiarata – è Il deserto dei tartari. Il libro di Buzzati apparirà nel racconto. E forse, se vogliamo tirar fuori da questa raccolta una nota dolente, è proprio l’eccessivo citazionismo letterario presente in tutti i racconti: nomi di autori e di opere messe un po’ ovunque senza un reale motivo narrativo, se non citazionismo o un rafforzamento dei propri motivi portanti.

Tornando a Sono il guardiano del faro, questo racconto rappresenta l’opera più complessa e interessante della raccolta. Una solitudine assoluta, un imbarbarimento che si realizza con la dimenticanza, con la perdita di parole complesse. Una serie enorme di cicli e possibilità che si ripetono giorno dopo giorno: il faro che guarda a un mare vuoto, dove in anni non passa una sola nave; la possibilità che – ogni giorno – possa venire il sovrintendente a ispezionare il faro; l’accumularsi di rapporti che nessuno leggerà e a cui nessuno è interessato, il susseguirsi nel tempo di guardiani del faro che ripetono la stessa vita, le stesse azioni, un po’ come i baroni di Nicastro nell’opera di Nievo. E in questo sferragliare di ritorni, inserimenti di novità, contrasti fra una vita inutile e l’attaccamento a quell’esistenza, si sviluppa l’idiosincrasia verso il mondo e l’essenza stessa della solitudine, come unico sviluppo possibile dell’angoscia dell’uomo moderno.

Non mi stancherò mai di dire che una stella non brilla in società ma lontano, risplende nella sua notte che non illumina altro che se stessa, questo è quanto e questo è bene. Non illumina che se stessa.– Sono il guardiano del faro, in id. [Éric Faye, Racconti, 2016, p.133]

martedì, aprile 19, 2016

Conversazioni per voci sole

Conversazioni per voci sole

Articolo pubblicato originariamente su Grado Zero il 05/02/2016
Peggio di tutto [...] è se lei è tornata e si è dimenticata di staccare la segreteria, com'è successo appunto l'altro giorno. Comincia  rispondere la vera lei, e l'ascolti beato, attento a non perdere nessuna sfumatura e poi di colpo, tac, qualcuno, l'altra, s'intromette e senti un aggressivo «chi parla?». Mi è successo due volte e in particolare col 283770 è stato un vero choc, come uno sbadiglio mentre si fa all'amore.
Le voci [Claudio Magris, Il melangolo, 1993]

Sappiamo tutti cos'è un telefono. E sappiamo, anche, cosa significa per noi. Uno strumento rivoluzionario, la possibilità di collegare – molto prima che internet entrasse nelle nostre vite, e ancora adesso – luoghi lontani, persone distanti. La possibilità di incontrare, in un certo senso, vecchi amici restando a casa.

Si tratta di una comunicazione in diretta, ma al contempo differita, perché differiti siamo noi, fisici involucri che restano a distanze elevate gli uni dagli altri, mentre le nostre voci – e solo quelle – viaggiano attraverso i fili del telefono per colmare gli spazi che ci dividono.

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A prescindere dall'abitudine che ormai possiamo avere con questo mezzo, resta una comunicazione straniante, innaturale. Possiamo fare smorfie di noia, boccacce, gestacci, mentre siamo al telefono e rispondiamo con voce serena e divertita. La nostra voce, quindi, non è più un tutt'uno con noi, ma si spezza e diventa un dr. Jekyll – la versione pubblica all'interno della conversazione – del nostro corpo Hide.

In un mondo – quello telefonico – basato esclusivamente sulle voci e sull'udito, Magris crea una suddivisione ancora più profonda. Il protagonista del suo Le voci crede che la vera voce sia quella registrata nella segreteria telefonica. Una voce vera, pura, rilassata, neutra, del tutto diversa nel tono da quella della persona in carne e ossa che risponde al telefono di fretta, scocciata, confusa dal sonno, con la bocca piena. Attraverso le voci, quindi, si riconosce la suddivisione che prima avevamo affidato a corpo e suono. Ascoltando parole al telefono, il protagonista senza nome – e senza corpo, una voce sola anche la sua – riesce a intravedere la realtà e la finzione, sebbene alla fine dei conti, le confonda senza scampo.

Come queste, anche le voci che Hans Schnier – protagonista de Opinioni di un Clown di Böll – sente quando parla al telefono, hanno un sentore di realtà. Hans percepisce attraverso il telefono parte di ciò che fisicamente accade dall'altra parte della cornetta: la voce porta con sé gli odori. Il sigaro fra le labbra, l'acqua di colonia. Odori che permettono al clown di comprendere meglio la situazione, di comprendere meglio quella voce, di interpretarla e di renderla più reale. Le telefonate che Hans Schnier fa nel corso del romanzo trasportano quasi i due interlocutori nella stessa stanza. Un telefono, questo, che assolve fin troppo bene alla sua funzione di collegamento.

«Pronto, qui casa Schnier.»
«Vorrei parlare con la signora Schnier» dissi.
«Chi parla?»
«Schnier» risposi. «Hans, figlio carnale della signora in questione». La ragazza deglutì, rifletté un momento e attraverso i sei chilometri di cavo sentii che era interdetta. Del resto aveva un odore simpatico, sapeva solo di sapone e un poco anche di smalto per le unghie ancora fresco.
Opinioni di un clown [Heinrich Böll, Mondadori, 1965]

Sia in Magris che in Böll, le telefonate rispecchiano l'insorgere dei problemi o il loro manifestarsi. Hans parla con persone con cui non vorrebbe avere niente a che fare, e proprio Leo – suo fratello – con cui vorrebbe invece confessarsi, tarda a farsi vivo. La voce di Magris, invece, è costretta a non chiamare più alcuni numeri, perché gli risponde la persona in carne e ossa che spezza l'incanto, o perché la nuova registrazione è palesemente menzognera, o perché sempre più donne stanno facendo a meno della segreteria. La fine di un mondo, la fine di un'esperienza di vita vissuta attraverso il telefono, proprio come Hans che comincia il suo libro con la fine annunciata della sua carriera di clown – la sua vita intera –, e ciò che segue non è altro che una presentazione al lettore di quelle persone che hanno condizionato nel corso degli anni quella stessa fine.

In entrambi i libri l'azione è estremamente limitata. Certo, in Opinioni di un Clown i flashback riportano costantemente l'azione a ciò che ha preceduto quelle telefonate, tutta la vita precedente di Hans. Ma il presente narrativo, in entrambi i testi, è decisamente statico. In Böll ci sono pochi movimenti in quella stanza d'albergo, sovrastati soprattutto da ricordi, pensieri e telefonate. In Magris l'azione corporea è ridotta a zero, poiché è proprio una voce incorporea a presentarci la sua esistenza.

Un'esistenza, questa, che ripercorre altri romanzi e racconti, altre storie. Intere vite raccontate a una cornetta, o una sola frase di autoaffermazione, come il «Ciao, tesoro. Sono io» che chiude il bellissimo racconto di Carver Da dove sto chiamando. Esistenze filtrate dalla rete telefonica, in conversazioni dove dell'altro si può arrivare a non percepire più nulla, se non quella voce solitaria che fuoriesce da un altoparlante.

Come un bosco assordato dal cinguettio degli uccelli, il nostro pianeta telefonico vibra di conversazioni realizzate o tentate, di trilli di suonerie, del tinnire d’una linea interrotta, del sibilo d’un segnale, di tonalità, di metronomi; e il risultato di tutto questo è un pigolio universale, che nasce dal bisogno d’ogni individuo di manifestare a qualcun altro la propria esistenza, e dalla paura di comprendere alla fine che solo esiste la rete telefonica, mentre chi chiama e chi risponde forse non esistono affatto.
Prima che tu dica pronto [In Id., Italo Calvino, Einaudi, 1993]

Maurizio Vicedomini

lunedì, aprile 18, 2016

Quim Monzò e l'ossessione dell'uomo solo

Quim Monzò e l'ossessione dell'uomo solo

Articolo pubblicato originariamente su Grado Zero il 18/12/2015
Quando mi fermai davanti al manifesto di un circo, l'uomo che lo stava osservando si voltò nello stesso istante in cui mi voltai io e, per un attimo, non seppi se mi trovavo al di qua o al di là dello specchio.
Pesca di mela [Olivetti, Moulinex, Chaffoteaux et Maury, Quim Monzò, Marcos y Marcos, 1993]

Nel 1980 esce in Spagna una raccolta di racconti dal titolo molto particolare: Olivetti, Moulinex, Chaffoteaux et Maury, quarto lavoro dello scrittore catalano Quim Monzò. Quelle nel titolo sono tre marche. L'Olivetti famosa per le macchine da scrivere, la Moulinex per gli elettrodomestici, Chaffoteaux et Maury per le caldaie. Sono elementi, questi, che fanno riferimento a un particolare racconto del libro, che ha per titolo: Thomson, Braun, Corberò, Philishave, altre marche.



L'insieme di questi elettrodomestici, di questi oggetti, non si ripresenta in altri racconti della raccolta, ma sottolineano una serie di nomi propri (o, se vogliamo, di cognomi) che circondano un uomo solo, rintanato in una casetta per scrivere il suo libro. Gli oggetti sono la trasfigurazione delle persone assenti. Nel racconto citato, Pol – il protagonista – entra in questa casa sapendo che è finalmente solo. È libero da tutte quelle distrazioni che solo altri esseri umani, con i loro rapporti sociali, con la loro stessa compresenza, possono generare. Distrazioni che gli impediscono di scrivere, di dedicarsi a un'arte che è contemporaneamente isolamento e comunicazione.

Le distrazioni, però, arrivano. Gli oggetti malfunzionanti si comporteranno proprio come le persone, con i loro problemi, con le loro necessarie interazioni. Il mondo prospettato da Monzò in questo racconto è un mondo in cui l'alterità non è separabile dall'io, un mondo in cui non si è mai davvero soli, nemmeno con noi stessi.

La centralità dell'io – che attraversa tutta la raccolta – viene resa magistralmente con alcuni riferimenti al doppio. Il racconto Pesca di mela, ad esempio, è un breve testo di tre pagine in cui il mondo si riduce a una componente binaria di se stesso. Tutte le donne hanno un unico aspetto, doppi identici di una stessa matrice, e così gli uomini. Distinguere sé stessi dagli altri appare difficile, straniante. E così Quattro quarti, un gioco di continue sostituzioni, di casualità non casuali, in cui quando ci si aspetta di vedere una persona ne compare un'altra, e così al contrario. Ma questa volta non sono le due a confondersi. Il senso trasmesso dal racconto è di una confusione globale, di un mondo caotico, il cui gioco può essere solo avvertito, ma mai davvero sconfitto.

Se al centro della raccolta c'è l'io e il suo rapporto con l'alterità (e al contempo il suo rapporto con se stesso), il sesso e la sensualità sono modi in cui Monzò affronta le connessioni interpersonali. Non sono mai amori tranquilli, normali, poiché normale non è il rapporto che l'autore mette in scena fra l'io e l'altro. Si tratta di occasioni mancate – come ne La dama salmone – di perversioni che si nutrono di loro stesse e si accrescono dal divorare sempre nuove vette – ed è il caso de Il regno vegetale – o ancora di una sensualità effimera e lontana, come quella di una voce al telefono in Squilli.

Non c'è, in definitiva, un solo momento per essere sé stessi, da soli, con il mondo chiuso fuori dalla porta. Anche le più piccole distrazioni ci catapultano in una realtà condivisa di oggetti, persone, sensazioni, luoghi, che ci strappa parte di noi stessi e se ne appropria. Tutto ciò che prima era altro diventa parte dell'io, e questa coesistenza non voluta si tramuta in ossessione.

È questa la differenza fondamentale fra i testi di Monzò e quelli di uno dei suoi più grandi maestri, Kafka. Il grottesco, l'inserimento dell'irreale in un contesto del tutto plausibile e quotidiano, è estraneo a questi racconti. Anche dove l'uomo di Pesca di mela rivede ogni donna con l'aspetto di una, e arriva a perdersi fra gli uomini con il suo aspetto, anche lì il mondo non è cambiato davvero. Tutto ciò che accade, sembra suggerirci Monzò fra le righe, non avviene davvero, non è mai avvenuto. O meglio, le azioni, quelle sì, vengono compiute. Ma ciò che i personaggi vedono, le motivazioni che credono di avere, non sono altro che frutto di ossessioni, di occhi personali e deviati, costretti dalla loro stessa natura a vedere il mondo in una maniera differente da ciò che definiamo empiricamente normale.

E questa visione è confermata agli estremi nel penultimo racconto, quel Il regno vegetale in cui il protagonista si inserisce in una generazione degenerata (una degenerazione) che ha appreso l'etica del far tutto per un profitto, dell'essere cinici, del non conoscere limiti, dello sperimentare oltre ogni morale. L'etica del non avere un'etica. La sua visione del mondo è egocentrica, e questo lo porta a stuprare, a superare se stesso di volta in volta nelle perversioni, al fine di sentirsi sempre più libero, di sentirsi sempre più appagato nel suo percorso. Una strada, questa, che vede come giusta.

Tutti i personaggi di Monzò sono ossessionati. Il sesso, la perversione, l'amore, un oggetto, una persona. Sono ossessioni che barcollano sulla linea di confine della realtà e lasciano immaginare fantasmi che mai si presenteranno. Lo sappiamo. Eppure siamo lì, irrazionali, a pensarci su.

All'improvviso, però, vidi le mie chiavi per terra, brillanti come diamanti. Mentre le raccoglievo pensai: ora, non c'è più bisogno che ci vada. Pensai: a casa, però, non riuscirò a dormire per l'angoscia. Pensai: se mi affretto, arriverò prima. Pensai: prima arrivo, prima finirà. Pensai: sono ammattito? Ho paura dei fantasmi?
Desiderai ardentemente che sorgesse il sole.
Un cinema [Olivetti, Moulinex, Chaffoteaux et Maury, Quim Monzò, Marcos y Marcos, 1993]

domenica, aprile 17, 2016

Izrail' Metter, fra memoria e speranza

Izrail' Metter, fra memoria e speranza

Articolo pubblicato originariamente su Grado Zero il 17/11/2015
Quando la vecchia si avviò verso la porta, il capo la seguì con gli occhi e avrebbe voluto aggiungere qualche parola; sapeva come parlare con i sottoposti, con i superiori, con i detenuti, con i compagni di sbronza, ma le parole adatte, che all'improvviso gli era venuto voglia di dire alla vecchia, non riuscì proprio a trovarle.
La madre [Per non dimenticare. Tre racconti, Izrael Metter, Il melangolo, 1993]
MetterIzrail' Metter (1909-1994) non è un autore particolarmente fortunato, in Italia. Anzi, potremmo dire che è quasi del tutto sconosciuto. A fine anni novanta, Einaudi pubblicò il volume Ritratto di un secolo, che raccoglieva gran parte della produzione di Metter, ma oggi quest'edizione non è più in commercio. Ciò che resta è la sua ultima opera, Genealogia, sempre per Einaudi, e dei racconti pubblicati in due volumi da Il melangolo: Muchtar e Per non dimenticare. Tre racconti.

Senza dubbio la poca fama che Metter ha all'estero è dovuta anche alla sua vita travagliata e al suo rapporto con il potere sovietico. Ebreo russo, Metter rifiutò più volte di collaborare con la polizia politica sovietica – il che comportava spiare amici scrittori – e fu l'unico ad applaudire Michail Zoscenko al termine di un'autodifesa pronunciata nell'aula dell'Unione degli scrittori a Leningrado. Quello stesso Zoscenko che la polizia politica voleva fosse denunciato da Metter.

Ma Izrail' Metter era ebreo, e negli anni cinquanta in Russia si riaccese un forte antisemitismo. Inoltre non si prodigò mai a scrivere opere su Stalin. Il risultato di questa condotta fu il divieto per lungo tempo di pubblicare con qualunque casa editrice russa, e al contempo il divieto di espatriare, anche solo nei paesi dell'Unione Sovietica.
12168158_10206655739767637_1154733947_nNon c'è dubbio che Metter fosse profondamente colpito dalla società in cui viveva, a tutti i livelli. I suoi racconti sono testimonianze romanzate di esperienze realmente accadute. Così due racconti, La madre e Rjabov e Kozin, nascono da storie narrate a Metter in prima persona da chi le aveva vissute.

Queste due esperienze sono accomunate dalla speranza. Una madre, svilita e offesa da uno dei suoi figli, con cui vive, attende con utopistica fede l'uscita dal carcere dell'altro figlio, quello buono, finito dentro per una rissa. L'esperienza del viaggio per andarlo a trovare in carcere sarà un continuo affaticarsi verso la meta, uno spingere la roccia su per la montagna. Roccia che, come nel mito di Sisifo, non potrà che ricadere, riportando tutto alla situazione di partenza.

E così il secondo racconto, uno scontro psicologico fra due uomini, uno scontro che avviene per un motivo non chiaro a entrambi, e che per questo non potrà che essere vano. La voglia di sapere, di capire, ma al contempo la consapevolezza che tutto ciò che è fatto è fatto, e che non ci potrà essere nessun guadagno da quell'incontro.

Il terzo racconto di Per non dimenticare si chiama Il regalo. Si tratta qui di rievocazione – sempre romanzate e trasposte – di esperienze personali. Un uomo perde la moglie, ballerina (come la moglie di Metter) e vuole donare i suoi vestiti di 12166783_10206655739847639_2020631095_nscena a un teatro. Ma la burocrazia è talmente fitta e contorta che trasforma la donazione spassionata in un problema, in un qualcosa di vergognoso, di avvilente.

Come questi racconti, profondamente inseriti sul territorio russo e nella sua società, anche Muchtar è la rielaborazione di un'esperienza, che vedrà la luce nel 1960. Metter per un lungo periodo è sceso in pattuglia con la milizia e la squadra cinofila. Il Muchtar del titolo è il cane protagonista del lungo racconto, venduto alla milizia e qui addestrato per essere un cane poliziotto. Muchtar è il simbolo – nella sua intera esistenza – della società russa dell'epoca vista da Metter. Una società profondamente sbagliata, in cui i deboli sono lasciati indietro, abbandonati, in cui ognuno è pronto a far le scarpe al prossimo per un minimo guadagno, in cui un uomo viene ucciso perché si possa rubare della lana.

È uno sguardo cupo e realista, ma ancora una volta si fa strada una speranza. E in Muchtar non è chiaro se Sisifo riuscirà davvero a concludere la sua condanna. Forse sì, forse no. Intanto, pare che questa volta sia riuscito a salire un po' più in alto.
E all'improvviso [Glazycev] capì che cosa l'aveva preso non appena era tornato a casa, quel giorno. La gente può vivere bene. Può farlo. Deve farlo. Spariranno pure un giorno o l'altro dalla terra le canaglie. Vovka [suo figlio] ce la farà a vedere questo. Ma il guardiano del magazzino che quel giorno era stato ucciso, lui no, non ce l'avrebbe fatta.
Muchtar [Izrael Metter, Il melangolo, 1995]

sabato, aprile 16, 2016

Bowles, Mozzi e l'Io del dubbio

Bowles, Mozzi e l'Io del dubbio

Articolo pubblicato originariamente su Grado Zero il 28/07/2015
Mi prese la testa fra le mani, tirandomi per le guance, gridando: «Persino tu, Paul Bowles, persino tu?»
Parole sgradite, [Parole sgradite e altri racconti, Paul Bowles, Guanda, 1990, p.27]
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Paul Bowles
Le parole con cui si apre questo articolo sono tratte da un racconto. È la prima cosa che mi sento in dovere di chiarire. Non è una lettera, non è un autobiografia. È un racconto piazzato in una raccolta con tanti altri racconti, di diversa fattura, scritti con tecniche molto diverse e – qui la seconda cosa – non tutti hanno Paul Bowles, l'autore stesso, come protagonista.

Può sembrare una precisazione banale. D'altronde Bowles non è certo il primo e non sarà l'ultimo a usare se stesso come materia del racconto, nel tentativo palese di aumentare lo statuto ontologico del testo, la sua veridicità agli occhi del lettore. Ma gli elementi più banali possono servire per portare avanti un ragionamento.

Il racconto citato è una narrazione epistolare formata esclusivamente dalle missive del protagonista. Il passo riportato è l'unico in cui appare il suo nome. E – se posso – è anche un inserimento forzato. Mi sembra che l'autore abbia inserito a calci quel cognome perché uscisse a stampa nel volume, quando un «Persino tu, Paul, persino tu?» sarebbe risultato forse più naturale.

Ma andiamo oltre la mia percezione personale. A prescindere che Bowles abbia voluto inserire o meno con prepotenza la propria presenza all'interno del testo come personaggio, oltre che come autore, siamo davanti a un fatto: quel nome c'è.

L'esistenza di quel riferimento porta il lettore a collegare l'io del personaggio a quello di un altro racconto, In absentia, che si sviluppa ancora una volta come una narrazione epistolare nelle stesse modalità di Parole sgradite. È evidente – sebbene non ci siano prove a supportare l'ipotesi – che Paul Bowles è protagonista anche di quest'altro scambio epistolare.

E se questo semplice collegamento non basta, potremmo notare che nella raccolta sono presenti altri schemi che si ricollegano gli uni agli altri. Un esempio sono tutti i racconti che riportano una data nel titolo: Tangeri 1975, Massachusset 1932 e New York 1965. Solo questi tre sono sviluppati secondo la tecnica dello stream of consciousness, il flusso di coscienza. Dunque i richiami implicano in alcuni casi dei collegamenti. Possiamo supporre che allo stesso modo i due racconti epistolari siano collegati.
Arriviamo al nocciolo: in questi racconti vengono date informazioni sul personaggio. Quante di queste informazioni sono reali?
Non mi interessa in questa sede affrontare un lavoro di ricerca per scovare i riferimenti a quanto scritto nella vita reale. Mi interessa piuttosto quello che il lettore percepisce e quindi – in larga misura – ciò che l'autore voleva che percepisse.
Parole sgradite
Parole sgradite, Guanda, 1990

Affrontiamo il racconto In absentia. Le prime informazioni, le più superficiali e connotative, riguardano la conoscenza del protagonista con una donna, Pamela Loeffler, e la residenza dello stesso a Tangeri. Per il lettore che sta leggendo il libro in quel momento, la prima informazione non può essere confutata ne confermata. La seconda, invece, sì. Un qualunque risvolto di copertina, una minima informazione biografica sull'autore, conferma che dagli anni '50 ha fissato la sua residenza a Tangeri.
Seguono altre informazioni. Al protagonista piace scrivere, sta pagando gli studi a una ragazza, Susan Choate, e ha un passato di amicizie comuni con Pamela. Tutte informazioni – tranne la prima, possiamo supporre – che non potremo controllare su due piedi.

Ancora più interessante è lo stesso racconto in cui compare il nome dell'autore, Parole sgradite. Siamo davanti a lettere inviate a un paralitico per raccontargli il mondo. Ancora una volta c'è un riferimento a Tangeri, e l'insieme di numerose esperienze personali vissute. Il lettore, rinforzato dalla presenza del nome, dal fatto che il Paul Bowles di cui sta leggendo il libro sia anche al suo interno, è spinto a credere o ad avere un sentore di dubbio che ciò che sta leggendo sia quanto meno vicino alla realtà.

È bene però tenere d'occhio un fattore: in questo racconto esistono tre Paul Bowles. L'autore che ha scritto la raccolta di racconti, il personaggio che invia le lettere, e un Bowles intermedio fra i due, il cosiddetto autore implicito, che corrisponde – semplificando – all'idea che il lettore ha dell'autore. Si pensi banalmente al fatto che ricerchiamo con più attenzione significati nascosti in libri di autori che riteniamo di una certa levatura rispetto ai libri da spiaggia, quelli considerati più leggeri. Questo avviene perché è la nostra idea dell'autore che ci influenza, a prescindere del testo che stiamo affrontando, e a prescindere anche dalla reale fisicità dell'autore che potrebbe – per restare nell'esempio – non essere affatto un uomo di grande cultura, checché noi ne pensiamo.
Dunque, nella situazione di Parole sgradite, non abbiamo altro mezzo che il nostro rapporto con l'autore implicito per decidere se fidarci o meno. Tanto più il nostro autore implicito corrisponderà a quanto scritto nel racconto, tanto più saremo tentati di fidarci. All'opposto, se lo riteniamo una persona totalmente diversa da quella descritta, avremo difficoltà a credere che quelle vicissitudini siano davvero le sue.

Giulio Mozzi
Il caso si complica quando è l'autore stesso a tendere continui tranelli e a dare soluzioni facili. È il caso di Il male naturale, una raccolta di racconti di Giulio Mozzi uscita per Mondadori nel 1998. Diversi racconti di questa raccolta si ricollegano fra di loro, e più volte compare il protagonista (o il co-protagonista, in alcuni casi) che si chiama Giulio: in Bella, anche se nell'ultimo paragrafetto viene detto che Giulio è un nome falso; in Un male personale, in cui si racconta della perdita di una donna amata. In questo racconto appare una figura ambigua con cui Giulio tenta di avere rapporti, identificata come ragazza-ragazzo. Teniamolo a mente, poiché potremo ragionarci più avanti.
Il racconto centrale e più lungo della raccolta Super nivem, ha per protagonista di nuovo Giulio. Questo racconto è sicuramente il nocciolo di tutta l'ambiguità. Si presenta un ragazzino, nel flashback del racconto, per cui un Giulio in età da militare sente attrazione, Miro. Nel "presente", invece, sta con Santiago che è un ragazzino, o ne ha l'aspetto. E si parla di una donna perduta, Bianca, che aveva il seno piccolo, e che poteva sembrare un ragazzino. E allora – dice – Santiago gli ricorda Bianca, ma in realtà Santiago e Bianca gli ricordano Miro, e lui si è innamorato di loro perché gli ricordava quel bambino conosciuto tanto tempo prima e per cui aveva provato qualcosa.

Ricolleghiamo i punti. Prima di tutto, la sovrapposizione maschile-femminile di Bianca-Santiago-Miro (che può avvenire solo quando la donna è in qualcosa mascolina e/o gli uomini in qualcosa femminei) ci ricorda quel ragazza-ragazzo di Un male personale. Ma andiamo a prendere altri dati: un racconto si chiama Bianca, e parla di una donna di nome Bianca con cui non ha funzionato. Il protagonista del racconto, però, si chiama Mario (che sia il nome "vero" dietro il "Giulio" di Bella?), e in un altro racconto, Amore, si parla dell'amore di un uomo senza nome per un ragazzino. Dopo quanto letto in Super nivem, in tutta la lunga parte dedicata a Miro, non si fa difficoltà a collegare i due racconti.

Siamo comunque davanti a uno gnommero bello e buono. Il ricorrere del nome Giulio non è certo casuale, e nemmeno il continuo ripresentarsi di nomi e situazioni. Ma l'ultima stoccata lo dà il racconto conclusivo della raccolta. Si intitola Finale. Comincia in questo modo:
Credo che Il male naturale sarà il mio ultimo libro di racconti o almeno che, d'ora in poi, lo scrivere sarà per me una cosa completamente diversa.
Finale, [Il male naturale, Giulio Mozzi, Mondadori, 1998, p.219]
Il male naturale. La copertina è dell'attuale edizione del libro, per Laurana
È la postfazione. È la prima cosa che ho pensato al leggere questo incipit. E il testo va avanti così fino alla fine, sembra davvero una postfazione. Ma è strutturato come un racconto. Ha il titolo nello stesso modo in cui ce l'hanno gli altri, nell'indice all'inizio del volume è inserito come fosse un qualunque altro racconto. Nulla sembra suggerire che non debba esserlo, se non il contenuto. Inoltre a questo brevissimo testo seguono le note dell'autore, questa volta in un impaginato diverso, così da notare chiaramente la differenza. Che motivo c'era di dividere le note finali al lettore, se di questo si trattava in entrambi i casi?

Come lettore, ancora una volta, ho una scelta: devo scegliere a cosa credere. Se – come io ritengo – si tratta di un racconto, allora la citazione seguente è uno sviamento, è un falso – o, per lo meno, non è attinente:
Io però non penso a questi racconti come a storie vere. I racconti contengono le mie immaginazioni a proposito di persone reali; quasi niente di quello che è raccontato è vero nel senso comunque della parola, e molto è completamente inventato.
Finale, [Il male naturale, Giulio Mozzi, Mondadori, 1998, pp.219-220]
Ma possiamo tuttavia supporre con buona tranquillità che il vero Giulio Mozzi non sia un pedofilo. E non tanto per la conoscenza dell'autore che non ho, e che un lettore comune non ha; ma per la semplice constatazione che se fosse un pedofilo non andrebbe a scriverlo in un libro con tale ambiguità sulla veridicità effettiva di ciò che ne è narrato.

Dunque, ricapitolando, il testo Finale è con buona approssimazione un racconto – e dunque non contiene per forza delle verità, ma nulla vieta che non vi sia alcuna bugia – e d'altra parte, ancora con buona approssimazione, quanto è raccontato nei racconti non è del tutto vero, il che non significa che sia tutta invenzione.

Il punto conclusivo del discorso non è trovare una risposta per i racconti di Bowles o Mozzi. Non è arrivare a quel dato che solo un colloquio con l'autore – ammettendo che dica la verità per lo meno fuori dai libri – e una buona documentazione potrebbero fornire. Il punto conclusivo è notare il gioco di ambiguità presente in questi autori – soprattutto in Mozzi, che vi gioca per tutta la raccolta – e valutare come positivo proprio l'impossibilità di arrivare alla verità. Ciò che è chiaro, è che si tratta di un particolare tipo di narratore inaffidabile che valica i confini del libro stesso, poiché l'ambiguità non è chiusa nel contenuto del libro, ma esce fuori, e si conforma come storie raccontate dal vicino di casa, quel vicino che ogni tanto racconta balle, ma che... chissà. In fondo non possiamo esserne del tutto certi.

Chi sono

Maurizio Vicedomini


Maurizio Vicedomini (30 giugno 1990, Napoli) è uno scrittore e editor italiano, autore di romanzi e racconti.

Laureato in Filologia moderna presso l’università Federico II di Napoli, ha praticato diversi sport, fra cui il Taekwondo, nel quale ha conseguito la cintura nera. Suona la chitarra e l’armonica a bocca.
Ha partecipato a concorsi letterari e selezioni per antologie dal 2011, ottenendo diverse pubblicazioni e riconoscimenti, fra cui la vittoria ex-aequo al concorso “I mondi di Lit”. Nello stesso anno comincia a collaborare con Fantasy Planet come recensore e articolista.
Nel febbraio del 2012 esordisce con "Myrddin di Avalon" (Edizioni Diversa Sintonia), un racconto lungo di fantascienza ispirato ai miti arturiani. Nell’arco dello stesso anno, oltre a diversi racconti in antologie, pubblica a settembre "Il patto della viverna" (Ciesse Edizioni), e a dicembre "Il richiamo della luna oscura" (GDS). Comincia la collaborazione con TrueFantasy, per il quale gestisce per breve periodo la rubrica Fantacliché e scrive saltuari articoli.
Nel 2013 partecipa a diverse antologie, oltre a pubblicare due racconti in e-book: "Sentenza notturna" (GDS) e "Somnial" (Sogno Edizioni). Lo stesso anno vince la sezione fantasy del “Premio Chrysalide”, e il racconto è pubblicato in e-book da Mondadori. Partecipa inoltre alla fondazione della rivista Fralerighe, di cui poi diventa vicedirettore. A dicembre lascia la redazione di Fantasy Planet.
Nel 2014 consegue la laurea in Lettere moderne e pubblica "Memorie di mondi" (EDS). Nel settembre dello stesso anno lascia la posizione di vice-direttore della Rivista Fralerighe, pur restando come redattore, e fonda la rivista culturale online Grado Zero, con un gruppo di colleghi universitari. Nel dicembre lascia definitivamente la redazione di Fralerighe.
Nel febbraio del 2016 consegue la laurea in Filologia moderna con il massimo dei voti con una tesi sulla teoria del racconto. Nel marzo 2017 esce Ogni orizzonte della notte, una raccolta di racconti a cui ha lavorato per diversi anni.
Attualmente continua gli studi, appassionato in particolare di narrativa breve, per la quale sente un’affinità sempre maggiore.

4 Anni
di esperienza come editor
100.000 Battute
scritte in media ogni mese
19 Testi
pubblicati in cartaceo o ebook

Contatti

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