venerdì, agosto 05, 2016

Eric Faye e l'essenza della solitudine

Articolo pubblicato originariamente su Grado Zero il 03/07/2016

Così, ora, l’idea di rientrare mi rallegra e mi terrorizza. Non so più chi ero a terra, ignoro chi ridiventerò. Nei giorni felici, capisco che niente sarà mai come prima, bisognerà ritoccare l’insieme, non perdere gli insegnamenti del faro, ma temo, tuttavia, che ritorni il caos… unica forma d’organizzazione sociale in cui io sia riuscito a evolvere nel benessere, se i miei ricordi, quei vecchi spilorci, non mi tradiscono.– Sono il guardiano del faro, in id. [Éric Faye, Racconti, 2016, p.133]

Sono il guardiano del faro (Je suis le gardien du phare, 1997), Prix des Deux Magots nel 1998, è una raccolta poliedrica di nove racconti, che suddividono il loro peso in maniera assai particolare. Circa metà del libro è riservata a otto brevi testi, per lasciare l’altra intera al racconto eponimo.

Si tratta di storie di viaggiatori, persone sole che si trovano davanti a una domanda implicita, se nell’epoca in cui viviamo esista ancora la possibilità di scoprire il mondo.


I racconti di Faye sono completamente racchiusi in loro stessi. Cominciano in media res e spesso non portano a compimento la stranezza, il surreale, l’aspetto fantasmagorico della narrazione, ma ne lasciano un immaginario proseguimento oltre le pagine del racconto. Ciò che viene messo in luce dai riflettori dell’autore è l’uomo, il modo in cui risponde e reagisce a quella situazione, e come affronta l’essenziale solitudine della condizione umana.

Un esempio è il primo racconto, Mentre viaggia il treno. La vita, i singoli sentieri dell’esistenza, sono treni che viaggiano all’infinito verso una meta una volta sussurrata, ormai dimenticata. È lo sguardo di un uomo attraverso il finestrino, che scorge dall’altra parte, sull’altro treno, una ragazza e sa che quelle due linee parallele non potranno incontrarsi mai, se non forse all’infinito, se non forse in quella stazione finale verso la quale stanno viaggiando da prima ancora che fossero al mondo. Un racconto del genere – parliamo di quattro pagine e mezzo – non può certo portare avanti la conclusione della vicenda. Non può, insomma, far completare quel viaggio infinito che ci è stato solo presentato in metà del testo. È ovvio, allora, che il treno continuerà dopo quelle poche pagine, come stava viaggiando prima del momento narrativo in cui abbiamo approcciato alla lettura. Possiamo cogliere solo pochi frammenti di un tempo dilatato, qualche dettaglio fondamentale, il dramma di un sogno impossibile e nient’altro, prima che il treno prosegua la sua corsa.

La struttura che ho illustrato per il primo dei racconti vale probabilmente per tutti i testi. In Faye è fondamentale l’esistenza di un ciclo, di un eterno ritorno, di un proseguire all’infinito, cosa che porta l’evento narrato a essere uno degli anelli – uno come tanti – della catena, o un anello eccezionale proprio in virtù dei precedenti e dei successivi. Lo vediamo nella struttura gerarchica per la scalata in Frontiere. Lo vediamo nel ciclo che si chiude alla fine di Notizie dalle porte dell’inferno. Anche nel racconto dove meno appare, ecco che I mercanti di nostalgia comincia in questo modo:

I mercanti di nostalgia sono arrivati molto presto, quando ancora dormivo. S’installano in piazza ogni seconda domenica del mese, sotto gli alberi e per le viuzze del quartiere vecchio. Non avevo mai incontrato i mercanti di nostalgia. Li ho appena visti, in questa mattina d’inverno, di ritorno dalla città.– I mercanti di nostalgia, in Sono il guardiano del faro [Éric Faye, Racconti, 2016, p.65]

I mercanti tornano ogni mese, un dato restituito dall’autore come certo, come per i mercanti di Macondo in Cent’anni di solitudine. Ma se in Marquez abbiamo il tempo di vedere che le cose cambiano, che poi i mercanti non faranno più visita al paese dimenticato dalla civiltà, in Faye abbiamo appena poche pagine, e la catena non è spezzata. Il ciclo proviene da un passato chissà quanto lontano e proseguirà chissà fino a quando. L’elemento di evidenza di questo singolo pezzo del puzzle è l’io narrante. Non ha mai visto i mercanti di nostalgia. Ecco che li vede per la prima volta.


Degno di trattazione a sé è l’ultimo racconto, quello che dà il titolo al libro. Di solito si tende a indicare forti riferimenti kafkiani per la raccolta intera e per questo racconto lungo in particolare, complice l’attenzione che Faye ha dedicato al padre di Gregor Samsa in una monografia (K., autremont, 1996). Personalmente devo ammettere che se di Kafka è possibile recuperare l’irrazionale che confluisce nella realtà più chiara ed evidente, in questo racconto ho notato un fortissimo richiamo stilistico e concettuale a Dostoevskij, in particolare al Fedor di Memorie del sottosuolo. Il monologo irrazionale e al contempo profondamente lucido del protagonista (nella prima parte del libro) sembra il punto di partenza per un nuovo sottosuolo, tutto moderno, che ha sostituito la torre d’avorio al palazzo di cristallo dostoevskijano.


Naturalmente, altra fonte letteraria – questa volta dichiarata – è Il deserto dei tartari. Il libro di Buzzati apparirà nel racconto. E forse, se vogliamo tirar fuori da questa raccolta una nota dolente, è proprio l’eccessivo citazionismo letterario presente in tutti i racconti: nomi di autori e di opere messe un po’ ovunque senza un reale motivo narrativo, se non citazionismo o un rafforzamento dei propri motivi portanti.

Tornando a Sono il guardiano del faro, questo racconto rappresenta l’opera più complessa e interessante della raccolta. Una solitudine assoluta, un imbarbarimento che si realizza con la dimenticanza, con la perdita di parole complesse. Una serie enorme di cicli e possibilità che si ripetono giorno dopo giorno: il faro che guarda a un mare vuoto, dove in anni non passa una sola nave; la possibilità che – ogni giorno – possa venire il sovrintendente a ispezionare il faro; l’accumularsi di rapporti che nessuno leggerà e a cui nessuno è interessato, il susseguirsi nel tempo di guardiani del faro che ripetono la stessa vita, le stesse azioni, un po’ come i baroni di Nicastro nell’opera di Nievo. E in questo sferragliare di ritorni, inserimenti di novità, contrasti fra una vita inutile e l’attaccamento a quell’esistenza, si sviluppa l’idiosincrasia verso il mondo e l’essenza stessa della solitudine, come unico sviluppo possibile dell’angoscia dell’uomo moderno.

Non mi stancherò mai di dire che una stella non brilla in società ma lontano, risplende nella sua notte che non illumina altro che se stessa, questo è quanto e questo è bene. Non illumina che se stessa.– Sono il guardiano del faro, in id. [Éric Faye, Racconti, 2016, p.133]
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