mercoledì, ottobre 12, 2016

Milleuno (I) - Nel tempo dell'attesa

Milleuno è una rubrica di racconti a programmazione variabile. L'unica caratteristica comune è l'esatto numero di parole che compongono ogni racconto. Milleuno, appunto. Buona lettura.
Milleuno
I
Nel tempo dell'attesa
di Maurizio Vicedomini




La ventola del computer si avvia ogni trentasette secondi. Resta in funzione per otto, e ha un periodo di due secondi di decelerazione. Poi il ciclo riparte, preciso come Una poltrona per due nelle vacanze di Natale. Mentre segue il rigido incedere della lancetta dei secondi sul suo Rolex, Davide non si stupisce di quella strana associazione mentale. Lui e il suo competitor stanno aspettando il verdetto che sei uomini e due donne stanno redigendo nella sala con pareti e moquette verdi. Stando ai suoi dati, e sarebbe particolarmente lunga da spiegare perché Davide ha dei dati in merito, dal 1997 Una poltrona per due è andato in onda per undici anni la sera della vigilia. I restanti sette era stato trasmesso il ventitré, il venticinque o il ventisei dicembre. Entro una ventina di cicli di ventole, il portavoce della multinazionale sarebbe uscito dalla porta di frassino sbiancato e li avrebbe invitati nella sala con pareti e moquette verdi. Li avrebbe fatti accomodare al lungo tavolo da conferenze e avrebbe accettato uno dei due contratti. Davide sa di aver impressionato tre dirigenti su otto. Dei restanti, tre uomini gli sono parsi poco interessati all’intera faccenda, mentre le due donne rappresentano un punto interrogativo.
Il motorino della ventola si ferma. Davide conta i due secondi prima che il suono strozzato svanisca. Non è che le donne rappresentino un problema per Davide. È solo che non le capisce. Anche sua sorella, per dire, non la capisce. Ormai ci ha rinunciato. Ha capito che ragionano secondo una logica del tutto anticonvenzionale, il che non significa giusta o sbagliata. Solo diversa e assolutamente inconciliabile con quella di Davide.
Davide batte gli occhi, cerca di perdere contatto visivo con la lancetta dei secondi del suo Rolex che scandisce quei cicli di attivazione e quiete della ventola, ma non ci riesce. Appena le palpebre si rialzano, la mente ricalcola il tempo intercorso in quel piccolo, necessario, movimento. Il navigatore che ha nella testa ricalcola, e il conteggio riprende senza errori.
«Ci stanno mettendo molto, eh?»
Davide stacca lo sguardo dal quadrante e drizza la schiena. Il competitor è lì con lui da più di mezz’ora, ed è la prima volta che apre bocca. Davide aveva immaginato una sorta di lotta psicologica del silenzio, un po’ come due bambini che si tengono il broncio pur avendone dimenticato il motivo. Invece il competitor ha parlato. La mente di Davide tenta di seguire il rassicurante ticchettio dell’orologio con l’udito, demandando una parte di sé all’implicito conteggio dei secondi e dei cicli di ventola, mentre una parte più attiva e forse più consapevole comanda al capo di Davide di annuire e alla bocca di pronunciare un mesto: «Già».
Il competitor guarda il vicino computer. È un vecchio modello, stando alle stime di Davide, probabilmente un arcaico Pentium II prodotto fra il 1997 e il 1999. Il desktop è così pieno di icone vintage da coprire quasi del tutto la bandiera di windows che fa da sfondo.
«Certo che è strano» fa il competitor.
L’orecchio segue, la mente conteggia. «Cosa?»
«Un computer così vecchio in un’azienda del genere?» il competitor è scettico.
«Magari è lì per bellezza» risponde Davide. Sono passati altri due cicli. Ventisei, ventisette, ventotto. «Un cimelio».
«Allora perché è acceso?»
Trentatré, trentaquattro. Davide non ha una risposta, né ha abbastanza cervello libero per pensarci attivamente. In qualche angolo, fra il conteggio incessante dei ticchettii e le norme di educazione e di regolamentazione sociale, si alza una nota di fastidio per non aver rilevato un’incongruenza tanto evidente. Trentasei, trentasette. La ventola si attiva.
«Dev’essere un vecchio Pentium II» dice Davide, cercando di riacquistare terreno, «forse prodotto fra il ’97 e il ’99».
Passano gli otto più due secondi. Il competitor alza le spalle. «È irrilevante» fa. «Non ci dice perché è acceso».
Davide registra al contempo la scortesia e la correttezza del commento del competitor. Non è in grado di dare una spiegazione a quel mistero. Una terza parte frammentata della sua mente ragiona su come – di fatto – all’interno della sala dalle pareti e moquette verdi non stiano parlando d’altro se non di quello. Di quale dei due diversi approcci logici corrisponda a ciò che stanno cercando in quel preciso momento nel tempo.
I cicli di ventola che aveva preventivato per quella decisione stanno per terminare. Non sa precisamente cosa questo possa significare. Un ritardo potrebbe andare sia a suo vantaggio che del competitor che si accorge dei computer antiquati. Secondo la logica comune un ritardo significa la sostanziale equivalenza fra le due proposte, su tutti i livelli che Davide riesce a elencare – e sono molti. Ma senz’altro sul piano economico e sull’affidabilità. Davide è stanco. Il conteggio incessante di ticchettii e cicli di ventola l’ha sfiancato. Il competitor, invece, sembra rilassato. Davide fraziona ulteriormente la sua mente.
«Cosa guardi?» chiede.
Il competitor si riscuote, si volta a guardarlo con occhi vacui che pian piano riacquistano coscienza di sé. «Niente» dice. «Guardavo…»
Davide assiste ai tredici secondi che il competitor impiega a ritornare nella piena consapevolezza della situazione e del proprio corpo.
«Hai mai fatto caso al tempo che perdiamo guardando un monitor?» chiede il competitor, scaduti i tredici secondi. «Cominci a fissarlo, ma non guardi niente. Non stai nemmeno pensando. Sei lì bloccato. Scattano i secondi, i minuti addirittura, ma non te ne accorgi. È tutto l’insieme, ti cattura».
Davide non risponde. Si sporge oltre la spalla del competitor e fissa quell’insieme eterogeneo di icone vintage, di fogli di calcolo, di documenti word, di blocco note, di cartelle, solitario, prato fiorito, space pinball. Non c’è un insieme da guardare. Il desktop è un contenitore, una mera struttura formale per indicare l’insieme di icone a disposizione dell’utente. Un ulteriore frazionamento della sua mente comincia a contarle, a catalogarle. Una dopo l’altra, è un compito lungo, un finito che tende all’inverosimile. La sua mente non ce la fa e perde un ticchettio. Uno solo. Crolla il castello di carte. La serratura scatta. Un cigolio. La porta di frassino sbiancato si apre.




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