lunedì, ottobre 24, 2016

Milleuno (II) - Oltre il vetro

Milleuno è una rubrica di racconti a programmazione variabile. L'unica caratteristica comune è l'esatto numero di parole che compongono ogni racconto. Milleuno, appunto. Buona lettura.
Milleuno
II
Oltre il vetro
di Maurizio Vicedomini




Le labbra sfregiate dal freddo di novembre avvolsero il filtro, e Marie fece un lungo tiro. Dalla parte sbagliata per poterlo vedere, Marie Bacquart poté solo immaginare il disco di tabacco all’estremità della sigaretta avvampare e consumarsi in cenere smorta. Era una cosa che sapeva fare bene, quella. Immaginare. Le avevano insegnato a farlo sin da piccola, di reclusione in reclusione, ogni volta che un’insegnante privata entrava in casa per farle lezione, ogni volta che si ritrovava sola circondata da giocattoli. Aveva imparato a immaginare come potesse essere vivere come tutti gli altri, giocare nell’erba, andare a scuola, odiare la scuola, odiare le persone ottuse dopo averle preventivamente conosciute ed essersi sbagliata di grosso sul loro conto.
Abbandonò la sigaretta nel seno di un posacenere, poggiato proprio davanti a lei, appena sulla destra, alla distanza esatta affinché non dovesse spostarsi per raggiungerlo, né dovesse torcere il braccio per posarvi la sigaretta. Spostò entrambe le mani appena più a sinistra e afferrò il set di diminutivi in porcellana: piattino, tazzina, cucchiaino. Un tè molto inglese ardeva poco sotto il proprio punto di ebollizione. Marie vi aveva già versato lo zucchero, prima di dedicarsi a quel solitario tiro di sigaretta. Ruotò metodicamente il cucchiaino, lo appoggiò sul disco di porcellana smaltata e bevve un sorso. Restò con la tazzina fra le mani, nel tentativo infelice di riscaldare quelle terminazioni infreddolite.
La finestra – una di quelle rettangolari, più larga che alta, con accenni di tende ai due lati – era naturalmente l’unico sguardo sull’esterno che Marie potesse permettersi. Sull’esterno vero, per lo meno. In quanto a riproduzioni, aveva avuto modo di guardare centinaia di foto, qualche documentario e un numero di film così elevato che la preparazione matematica di Marie non le avrebbe permesso di capirne l’entità. Stando agli altri sensi, la sua reclusione non era poi così limitante. Gustava cibi di ogni sorta che arrivavano dal mondo oltre la finestra, riceveva fiori profumati ed essenze dai migliori negozi di Parigi, e di oggetti ne aveva toccati un bel po’. Quanto all’udito, Marie aveva cominciato ad apprezzare il jazz. Era riuscita a ottenere qualche disco di Miles Davis, che ora facevano bella figura sulla mensola appena sopra il camino. Non c’era poi molto da dire. Marie era una donna sola di cui qualcuno si prendeva cura.
Fece un altro sorso di tè e si decise finalmente a posare la tazzina. La sigaretta continuava a consumarsi, e Marie sapeva bene che dipendeva solo da lei, dalla sigaretta, la propria durata. Senza dubbio Marie non avrebbe fatto un secondo tiro. Non le piaceva fumare, non davvero. Come non le piaceva davvero il jazz. Ma sentiva in qualche modo che fare queste cose – ascoltare jazz, bere tè e fumare una sigaretta, tanto per cominciare – l’avvicinavano un po’ di più a quel mondo oltre il mondo che stava là fuori e a cui tutti – tutti all’infuori di lei – potevano contribuire attivamente. L’aveva capito dai film. D’altronde l’idea che Marie aveva del mondo rispecchiava perfettamente una fusione eterogenea di film romantici e di qualche spy story. Ed ecco che aveva avuto il sentore che di realtà ce ne fossero due, in una si metteva un buon disco jazz di sottofondo mentre fuori c’era il freddo di novembre e dentro il camino faceva quel che poteva con qualche ceppo di legno, dove si fumava per un piacere che solo quel breve minuto poteva concedere, e il tè era un liquido calore per scaldare i recessi più profondi dell’anima. Nell’altra, jazz, sigarette e tè erano solo strumenti di un’apparenza, gli elementi di un codice di comunicazione fra esseri umani incapaci di comprendersi in altri modi che tramite un’ostentazione che li inserisse in categorie di comodo.
Marie si alzò. Afferrò i lembi della coperta e vi si avvolse. Passò stretta fra poltrona e tavolino, superò un vecchio libro in copertina di pelle, l’attizzatoio, il camino, una sedia in legno antico, la prima delle tende, e si fermò a poche spanne dal vetro. Un vetro che era l’essenza stessa del gelo e si opponeva alla propria trasparenza ogni volta che Marie espirava. Fuori stava piovendo.
Quel lontano pensiero – Marie non ricordava quando era giunta a una tale conclusione – le permetteva di accettare la sua condizione di reclusa. Il pensiero giustificativo – se ne rendeva conto – che non c’era una grossa differenza fra lei e gli altri là fuori, poiché a loro modo, prendendo in oggetto soltanto la seconda delle due realtà, erano tutti ugualmente soli.
Il tempo non sembrava voler essere clemente, nemmeno con Marie. Non accennava a smettere di piovere. Marie si girò a guardare l’orologio a muro. Solo qualche minuto. L’aspettava da tanto. Si strinse nella coperta – sapeva bene che non poteva prendere freddo – e fissò ancora una volta lo sguardo attraverso il vetro. In strada c’erano persone che aspettavano, proprio come lei, che nonostante la pioggia speravano ancora che quanto programmato avvenisse. Erano molti i bambini, nascosti dai cappotti giganti e gonfi fra le madri e i padri, sotto ombrelli variopinti che separavano ogni gruppo, ogni coppia o trio. Ognuno aspettava a sé, difendendosi dalla pioggia in maniera autonoma. Anche Marie si difendeva dalla pioggia a modo suo, nell’unico che conosceva, nell’unico che le era possibile. Marie era in casa, con il camino a far fronte al freddo di novembre, la coperta sulle spalle e due sorsi di un tè inglese ben zuccherato che galleggiavano nel suo stomaco.
Stava succedendo qualcosa. Tutti si erano girati verso sinistra, qualche bambino saltava sul posto, batteva le mani. Anche Marie le batté, dietro il vetro. Stava succedendo davvero, riusciva a sentire la musica lontana, quella musica familiare filtrata dalla finestra, dal vento e dalla pioggia. Marie tremava, sotto la coperta. Forse per il freddo. Sentì anche il formicolio di un pericoloso starnuto vibrare alla base del naso. Ma lei continuava a battere le mani. Lei dentro, e gli altri fuori. Poi finalmente la vide: la sfilata di topolino. Marie Bacquart sorrise, e restò lì tremante a guardarla. Non c’era freddo di novembre che potesse tenere.




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