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lunedì, novembre 28, 2016

Milleuno (III) - Racconto minimo in capoversi

Milleuno (III) - Racconto minimo in capoversi

Milleuno è una rubrica di racconti a programmazione variabile. L'unica caratteristica comune è l'esatto numero di parole che compongono ogni racconto. Milleuno, appunto. Buona lettura.
Milleuno
III
Racconto minimo in capoversi
di Maurizio Vicedomini



Squilla il telefono. Viola è dall’altra parte della stanza, riversa su un divano pieno di graffi. Il trillo di quell’apparecchio d’epoca le arriva con troppa forza perché possa ignorarlo. Si mette a sedere, e il divano ringhia un lamento che ha il suono di uno strappo, come se la pelle accaldata di Viola e quella lavorata del sofà fossero state una cosa sola, appena pochi attimi prima, e lo squillo del telefono avesse generato uno squarcio che è come il trauma di una nascita.
Il trillo continua con urgenza. Un’urgenza che Viola non sembra percepire, e che ha come unico risultato l’incresparsi delle rughe sulla sua fronte, l’avvicinarsi delle sopracciglia l’una all’altra, il socchiudersi prolungato delle palpebre. Infine si alza. Le ciabatte rimbalzano fra pavimento e tallone di passo in passo, restituendo un secco suono di frusta che descrive la distanza che la separano dal tavolinetto e dall’oggetto squillante che c’è sopra.

Viola alza il ricevitore. Lo accosta all’orecchio, ma non dice pronto. Un vortice di suoni sfrigolanti e bitonali la ferma prima che possa adempiere alle normali pratiche sociali che il mezzo richiede. Resta ancora per qualche attimo ad ascoltare le interferenze, poiché potrebbero essere quelle il messaggio urgente che lo squillo preannunciava con tale insistenza, ma Viola riconosce il disturbo della linea, come le capitava anni prima con i vecchi modem 56k. Non ha idea se l’uomo o la donna che ha composto il numero dall’altra parte del filo possa sentirla, nonostante tutto.

Dice pronto. Attende qualche secondo. Sovrappone una caviglia all’altra, la pantofola sollevata da terra le scivola via dal piede e finisce sul pavimento. Viola la recupera. Dice non sento niente, è tutto disturbato. Ha fatto il necessario per evitare un riagganciare scortese della cornetta, così mette giù. Recupera la ciabatta con il piede nudo e resta per qualche secondo ancora davanti al tavolinetto, con il telefono che la fissa muto. Indietreggia, sulla retta che ha attraversato pochi secondi prima, la distanza fra tavolino e divano che rappresenta la stanza nel suo complesso. Riesce solo a guardare il sofà graffiato, prima che il telefono riprenda a squillare. Viola solleva la cornetta, tornando al contempo con il pensiero all’evidenza innegabile che in casa sua mai sono entrati animali, né certamente ne ha fatti salire sul divano. Il ricevitore si accosta di nuovo all’orecchio, e Viola contrappone al silenzio cosmico della rete telefonica il suo secondo pronto della giornata. Dall’altra parte, con una voce roca quanto basta a renderla di difficile comprensione, qualcuno dice: Ciao, sono la mamma. Viola resta immobile, in silenzio.

Piange. Non è la prima reazione somatica che il suo corpo esprime, ma è la più evidente. Non sente sua madre da sette anni, da quando Viola aveva deciso di lasciare gli studi e trasferirsi a quattrocento chilometri con il fidanzato dell’epoca. Il divano era suo, di quel ragazzo. Qualche volta le aveva raccontato di un gatto e del suo vizio di farsi le unghie sul sofà di pelle. Poi era scappato da una finestra aperta, pare. Ma era molto tempo prima che Viola arrivasse nella sua vita e ci restasse per tredici lunghi mesi. Quel divano è tutto ciò che ha di lui.

Non sa che rispondere. Non sa che dire alla madre che le ha voltato le spalle per quell’unica volta che ha preso le redini della sua vita in pugno. Dice che vuoi?, e la voce infranta dal pianto le esce più dura di quanto avrebbe voluto, ma forse tanto quanto sperava che fosse. Viola appoggia una mano al tavolinetto. Nemmeno quello è suo. L’aveva ricevuto in prestito da un’amica, diversi anni prima, quando era rimasta sola in una casa mezza arredata, con il sincero proposito di restituirlo. Ma quel giorno non sembra essere ancora arrivato. Di fianco al telefono c’è una cartellina dell’azienda, con tutte le note che il suo capo le ha scritto. La voce del telefono dice è passato tanto tempo, sai, dice, così tanto che non riesco a rendermene conto. Viola annuisce fra sé, stringe il labbro inferiore fra i denti. Vorrebbe gridare. Vorrebbe urlare che tanto tempo prima era rimasta sola, e nessuno c’era stato per lei. Dice è tardi adesso. Lo dice bruscamente, lo sputa nella cornetta. Torna a tormentare il labbro. Dice che vuoi davvero?. La voce risponde con un tono differente, più cupo, più duro. Dice Tuo padre. Stanotte…

Suo padre è morto. Viola non sente il fiume di parole, non sente le circostanze che la voce di sua madre le sta dispiegando attraverso il vecchio telefono della nonna. Nemmeno con lui ha mantenuto rapporti, ma non prova l’odio che le ribolle dentro per quella voce roca. Per lui, per suo padre, Viola sente il peso dell’irreparabile. Qualunque circostanza futura, qualunque svolta prenderà la sua vita negli anni a venire, quel particolare capitolo è già chiuso sin da ora. Viola l’ha lasciato chiudersi da sé nell’impassibile silenzio della distanza. Ha pensato alla sua vita, e suo padre ha pensato alla propria. Entrambi con lo sguardo altrove fino all’ultimo. Fino all’improvviso scarto della sorte che spezza ogni piano, che spezza ogni rimandare al domani. Viola si volta, il filo del ricevitore si tende e il telefono fa un pericoloso balzo in avanti. Il divano, il tavolino, la cartellina. Lo stesso telefono. Nulla in quell’appartamento è davvero suo. È senza fiato per il dolore, ma non lo vuole, quel dolore. Anche quello non è suo. Appartiene a una vita passata, a una Viola diversa che ormai non esiste più. Sua madre, la voce del telefono, non cerca compassione, non vuole che lei partecipi al lutto. La voce del telefono la sta soltanto avvisando. Viola non vuole quella fitta al petto, non vuole che le manchi il respiro, che gli occhi si strizzino fra le lacrime. Non è per lei, quel dolore. La voce al telefono dice Viola, sei ancora lì? Chiede hai capito quello che ti ho detto?, e Viola vorrebbe anche rispondere, ma resta con il telefono a mezz’aria.

Ogni parola le si strozza in gola.


Chi sono

Maurizio Vicedomini


Maurizio Vicedomini (30 giugno 1990, Napoli) è uno scrittore e editor italiano, autore di romanzi e racconti.

Laureato in Filologia moderna presso l’università Federico II di Napoli, ha praticato diversi sport, fra cui il Taekwondo, nel quale ha conseguito la cintura nera. Suona la chitarra e l’armonica a bocca.
Ha partecipato a concorsi letterari e selezioni per antologie dal 2011, ottenendo diverse pubblicazioni e riconoscimenti, fra cui la vittoria ex-aequo al concorso “I mondi di Lit”. Nello stesso anno comincia a collaborare con Fantasy Planet come recensore e articolista.
Nel febbraio del 2012 esordisce con "Myrddin di Avalon" (Edizioni Diversa Sintonia), un racconto lungo di fantascienza ispirato ai miti arturiani. Nell’arco dello stesso anno, oltre a diversi racconti in antologie, pubblica a settembre "Il patto della viverna" (Ciesse Edizioni), e a dicembre "Il richiamo della luna oscura" (GDS). Comincia la collaborazione con TrueFantasy, per il quale gestisce per breve periodo la rubrica Fantacliché e scrive saltuari articoli.
Nel 2013 partecipa a diverse antologie, oltre a pubblicare due racconti in e-book: "Sentenza notturna" (GDS) e "Somnial" (Sogno Edizioni). Lo stesso anno vince la sezione fantasy del “Premio Chrysalide”, e il racconto è pubblicato in e-book da Mondadori. Partecipa inoltre alla fondazione della rivista Fralerighe, di cui poi diventa vicedirettore. A dicembre lascia la redazione di Fantasy Planet.
Nel 2014 consegue la laurea in Lettere moderne e pubblica "Memorie di mondi" (EDS). Nel settembre dello stesso anno lascia la posizione di vice-direttore della Rivista Fralerighe, pur restando come redattore, e fonda la rivista culturale online Grado Zero, con un gruppo di colleghi universitari. Nel dicembre lascia definitivamente la redazione di Fralerighe.
Nel febbraio del 2016 consegue la laurea in Filologia moderna con il massimo dei voti con una tesi sulla teoria del racconto. Nel marzo 2017 esce Ogni orizzonte della notte, una raccolta di racconti a cui ha lavorato per diversi anni.
Attualmente continua gli studi, appassionato in particolare di narrativa breve, per la quale sente un’affinità sempre maggiore.

4 Anni
di esperienza come editor
100.000 Battute
scritte in media ogni mese
19 Testi
pubblicati in cartaceo o ebook

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